THE WIRE – RETROSPETTIVA
(prima parte)
Ho appena finito di guardare, per la quarta volta in sette anni, le cinque stagioni di “The Wire”.
La serie (lo show, come dicono gli americani) è andata in onda dal giugno 2002 al marzo 2008, (lo stesso periodo che ha visto la messa in onda di “The Shield”, marzo 2002 – novembre 2008, suo contraltare poliziesco, profondamente differente ma altrettanto devastante\appagante a livello emotivo e di scrittura di alcuni dei personaggi) ed è universalmente riconosciuta, insieme ai Soprano, come uno dei prodotti meglio riusciti della nuova (ormai vecchia, LOL) serialità televisiva. Si può anzi dire che, insieme ai Soprano (entrambe, curiosamente, firmate HBO) hanno loro stesse inaugurato quella nuova serialità televisiva (non scordiamoci di NYPD Blue, che in Italia è stata piuttosto maltrattata in quanto a messa in onda e non dimentichiamo X-files e Twin Peaks, veri e propri geniali precursori). Nuova serialità si diceva, che poi ha fatto in fretta a fiorire, ma anche a degenerare: il successo di “Lost” (settembre 2004 – maggio 2010) vero e proprio laboratorio sperimentale di tecniche narrative e nuovi linguaggi televisivi, ci ha mostrato quanto potesse essere bello, e redditizio anche, scrivere uno show, ma quanto sia difficile gestirlo con intelligenza, o fermarsi in tempo.
A questo proposito anche The Shield ha talvolta riproposto le sue proprie dinamiche, ha allungato il brodo, stirato le trame sì, e “The Sopranos” (gennaio 1999 – giugno 2007) in parte ha fatto altrettanto, anche se in modo più discreto.
O forse a Tony abbiamo perdonato più che a Vic, e pur di stare in compagnia del boss del New Jersey siamo stati disposti a guardare un prodotto non sempre asciutto quanto avrebbe potuto essere. Ma l’interpretazione, che non è la scrittura si badi bene, di Gandolfini è qualcosa di così monumentale, e vera, e intima, che sovrasta di chilometri qualunque pignola considerazione sulla scrittura della serie, su certe sotto-trame inutili, su certi personaggi macchiettistici, su certe scene naif da cliché hollywoodiano mafioso, e via discorrendo: stiamo parlando di pionierismo puro, per quanto riguarda la scrittura, e di un genio, per quanto riguarda l’interpretazione: Gandolfini sarebbe stato in grado di reggere sulle proprie spalle altre 7 stagioni, avremmo dato qualcosa di bello e di prezioso per tenercelo ancora, non c’è dubbio. Tony.
Ma tornando in argomento, The Wire (da qui in avanti TW, o la serie, o lo show) è stata, ed è ancora, la serie perfetta a livello di scrittura: non c’è un episodio, una scena, un dialogo, un personaggio, una comparsa, un morto, che sia di troppo.
Certo, manca un interprete del valore di Gandolfini, e certo, la regia è più ordinaria rispetto a quella così ruvida e sperimentale di The Shield, e certo mancano i flashback, i flasforward e i cliffhanger di Lost.
TW è lenta, a tratti noiosa, ma non ti puoi permettere di perderne un minuto, perché tutto è funzionale alla storia, anche uno sguardo, un’espressione, un silenzio. Per questo è perfetta, perché tutto cammina dritto a passo d’uomo, ogni trama e sotto-trama procede sicura verso la propria destinazione, che non è mai la fine dell’episodio e spesso neanche la fine della stagione (tranne la seconda, quella del porto, che ci ha dato una delle più intense interpretazioni di tutto lo show, quella di Chris Bauer che veste i panni di Frank Sobotka).
Certo, oggi autori e produttori hanno ben imparato a confezionare serie, una dopo l’altra, la maggior parte trascurabili, non tanto a livello di soggetto, quanto di scrittura, per non parlare della recitazione. Vedere un mostro sacro come Al Pacino vagare mediocre dentro “Hunters” ci fa capire che siamo arrivati alla massificazione, alla catena di montaggio, all’industria dell’intrattenimento popolare che riempie il tempo, non l’anima, cosa che invece dovrebbe fare l’arte.
Anche Breaking Bad, a mio modesto e certamente molto opinabile parere, è, a momenti, una mezza ruffianata, ma di alto livello: c’è mestiere, c’è bravura, scrittura, attori, interpretazione: certo, è eccessiva, e personalmente l’ho guardata e apprezzata ma non l’ho amata visceralmente. Anzi, quando ho provato a ri-guardarla, a distanza di qualche anno (come periodicamente faccio con I Soprano, con The Shield, con The Wire) ho interrotto anzitempo, con grande sollievo: ad una seconda visione emergeva chiaramente tutto il mestiere, tutti gli artifici narrativi, gli eccessi, le lungaggini, la tanta, troppa, carne al fuoco, l’inverosimilità di molte scelte. Vero, le interpretazioni di diversi attori hanno sopperito ad alcune carenze o difetti di scrittura e l’originalità del soggetto e il sapiente uso di cliffhanger e flashback ci ha tenuti incollati per anni, ma sulla distanza, BB non regge. Paradossalmente Better Call Saul potrebbe essere un prodotto migliore, più sincero e onesto.
Dicevamo di TW che, al contrario o meglio degli altri show summenzionati, è una serie perfetta perché non racconta una storia inventata, ma descrive la realtà e lo fa osservando gli esseri umani che vivono come possono, come riescono, come sanno fare, e hanno dentro un po’ di luce e un po’ di tenebra, e non capisci mai se ti piacciono oppure no.
Non voglio ripetere la banalità (che è verità, perché la verità è banale, per forza di cose) che la protagonista principale e forse l’unica vera di TW sia la città di Baltimora, perché altrimenti non mi spiegherei le complessive 240 ore che ho dedicato alla visione, periodicamente reiterata, dell’intero show in questi anni. Sicuramente i balmoresi e molti statunitensi ritrovano la loro città, terribile e meravigliosa, il suo slang, le case abbandonate, il porto e il municipio, la demolita Lexington Terrace (che nella serie si chiama Franklin Terrace), i bianchi, i neri, i greci.
Io ci trovo l’essere umano, che è uguale dappertutto: è un ladro, un assassino, un bugiardo, un codardo e vigliacco, un figlio trascurato, una moglie tradita, un marito ingabbiato. E quindi Baltimora è solo una scusa, Barksdale è solo una scusa, e il porto, la scuola, il giornale, il municipio sono solo i luoghi che sono stati incidentalmente scelti per mostrarci l’essere umano.
Hernest Hemingway ha detto che “la cosa più difficile che ci sia al mondo è scrivere una prosa assolutamente onesta sugli esseri umani”.
TW fa questo, e ci riesce: i suoi personaggi non agiscono sulla base di un carattere, non sono coerenti con l’idea preconcetta che l’autore ha di loro. Sono coerenti solo con sé stessi e con la propria convenienza, e sofferenza, e disagio, che momento per momento attraversano. Vincono e perdono, amano e mentono, tradiscono e uccidono, manipolano e aiutano. Continuamente, come facciamo noi, nella realtà o nella nostra testa, che tanto non c’è molta differenza.
Parlavo prima di scrittura dei personaggi e di interpretazione. Sono chiaramente due cose diverse:
James Gandolfini ci ha mostrato cos’è una interpretazione, e certamente anche Brian Cranston.
Bob Odenkirk in Better Call Saul, CCH Pounder, la Claudette Wyms di The Shield pure, secondo il mio modesto parere, e Forest Whitaker, nello stesso show, anche se solo per una stagione.
Matthew McConaughey nei panni di Rustin Cohle in True Detective, Katey Sagal, la Gemma Teller-Morrow di Sons of Anarchy (altro capolavoro a metà). E altri (non molti) in altre serie.
TW ci ha mostrato che cos’è invece la scrittura dei personaggi. Gli attori non sono mostri di bravura, e in altre serie non hanno reso come in questa. Sono stati onesti e bravi interpreti di personaggi scritti alla perfezione.
A parte alcuni casi, non possiamo dire di avere visto su TW interpretazioni monumentali ma ciascun personaggio (con poche, pochissime eccezioni) ci è rimasto scolpito dentro, perché è stato scritto con bravura, con passione, con amore, con (altra) bravura, con genio, con onestà, anzi con assoluta onestà, come diceva Hemingway, e ancora con tanta, troppa bravura. Ed è quella bravura che ci fa tornare ogni paio d’anni sulle strade di Baltimora, a credere che quello show, quella rappresentazione, quella recita, sia non verosimile ma vera, del tutto vera, e che stia avvenendo davanti a noi, in quel momento, e che parli di noi, perché nella scrittura di quei personaggi ci riconosciamo perfettamente, nei silenzi, negli sguardi, nei versi monosillabici, quando non ci sono parole adatte.
A parte alcuni casi, dicevamo, non abbiamo assistito a interpretazioni monumentali.
Quali, allora?
È certamente personale: posto, come ho già scritto, che tutti i personaggi di TW siano scritti dall’autore in modo eccellente io credo che nella serie si siano viste alcune grandi prove attoriali, grandi interpretazioni che hanno reso quegli interpreti un tutt’uno con quei personaggi e con quella determinata stagione o con l’intera serie.
Andre Royo, ha interpretato Bubbles, chiamato anche Bubs, tossico, informatore, ladro, disperato e però mai sconfitto, uno dei pochi (l’unico?) vincitori morali della serie. La sua recitazione, specie nelle due ultime stagioni è straordinaria. Bubs è un personaggio che inizialmente non emerge dal pantano delle case popolari. Lo fa lentamente, come lentamente prende corpo l’indagine nella prima stagione. Anzi, è proprio Bubbles, che si chiama Reginald Cousins, che dà il via alle danze, perché decide di “denunciare” il clan di Barksdale alla narcotici per vendicare il suo amico e compagno di buco Johnny Weeks, pestato a sangue dagli spacciatori delle case popolari.
Senza il suo fondamentale contributo, la volontà di McNulty nonostante l’appoggio del suo giudice “paparino” Daniel Phelam, sarebbe rimasta probabilmente frustrata e l’indagine non sarebbe mai decollata.
Quando alla fine della quarta stagione Bubs si rende responsabile della morte di Sherrod, giovane del quale si stava prendendo cura da tempo, si costituisce e tenta di suicidarsi impiccandosi con la cintura nella sala degli interrogatori. Verrà salvato da Landsman e Norris e finalmente si disintossicherà. La quinta stagione lo vede pulito e determinato a restarlo ma estremamente sofferente per la morte di Sherrod. La sua testimonianza al gruppo di sostegno, in occasione del compimento di un anno senza droghe è talmente ben recitata da essere davvero commovente. Mi ha fatto piangere, silenziosamente, perché è uno show e non si può piangere per una cosa non vera, eppure mi era difficile trattenere le lacrime: nella scena successiva il giovane Michael si separava dal fratellino Bug, lasciandolo per sempre a casa della zia, e alle lacrime del bambino diceva che gli uomini veri non piangono mai, ma io ancora piangevo per Bubbles.
Michael K. Williams (1960 – 2021), scomparso di recente, ha interpretato Omar Little, criminale outsider, cane sciolto e omosessuale dichiarato (oggi non fa più scalpore), Robin Hood postmoderno del ghetto. Abbiamo sofferto molto vedendolo menomato nell’ultima stagione; zoppo e ancora più solo che in passato, cercando una vendetta troppo difficile da portare a termine e proprio per questo necessaria e non procrastinabile, e disperata. E quindi la sua morte non poteva essere evitata. La recitazione dell’attore non è forse stata superiore all’abilità della scrittura, alla bellezza del personaggio, ma è stata intensa e vera. Ci è piaciuto riconoscerci ed indentificarci in questo negro del ghetto, povero, brutto, solo, emarginato, ma al contempo temuto e mitizzato come nessun altro nelle strade lerce di Baltimora Ovest. Omar deruba gli spacciatori e lo fa seguendo un suo particolare codice etico che lo rende inviso a tutti o quasi. Come altri personaggi (Wee Bay, Evon Barksdale, D’Angelo Barksdale, Body Broadus, lo stesso Marlo Stanfield…), anche lui fa spesso riferimento al cosiddetto “gioco”. Nel gioco ci sono regole semplici, e feroci: i soldati ubbidiscono sempre, i capi decidono tutto. La roba viaggia da una parte, i soldi dall’altra. Non si parla con gli sbirri, non si uccidono i contribuenti (sempre che non si immischino diventando testimoni).
Omar ne rispetta alcune ma ne infrange altre: testimonia contro un uomo di Barksdale, “Bird”, Marquis Hilton, uccide e ferisce soldati a tutto andare, per rapinare il boss di soldi e droga. Con l’inganno, la doppiezza, i travestimenti, le recite. Cose fuori da ogni logica della strada, così come è fuori dalla logica della strada la sua omosessualità dichiarata, ed esibita addirittura, a dar fastidio, a provocare.
C’è un altro personaggio omosessuale, che tiene ben nascosta la propria inclinazione: ne parleremo più avanti forse.
Ci sarebbe da scrivere per anni su questa serie.
Omar ci piace perché è diverso e invece che subire, contrattacca, è temuto, è indipendente. È quello che vorremmo essere noi davanti al mondo, ai piccoli e grandi soprusi che ci tocca subire nei nostri ghetti, veri o presunti, civili o meno. È noto l’endorsement che l’allora Presidente Barack Obama fece nei confronti del personaggio Omar Little. È un eroe\antieroe che mette d’accordo tutti gli spettatori, gli si perdona qualunque cosa, si parteggia per lui, si muore con lui, in un istante.
Viene ucciso da un bambino, al quale non aveva dato importanza, all’interno del market coreano dove acquista le sue ultime Newport, pacchetto morbido.
Come già accennato, parliamo di Frank Sobotka. L’attore Chris Bauer si produce in una performance attoriale eccezionale, così come James Ransone, che interpreta il figlio di Frank, l’idiota Ziggy.
Entrambi questi personaggi vivono intensamente la seconda stagione e guadagnano una miserevole fine. Il loro percorso si dipana attraverso quella “legge del Due” che spesso prende piede nello show. Questi due personaggi sono antitetici e complementari, appassionato e intelligente e disperato Frank, responsabile e padre di tutti i portuali, quanto Ziggy è cretino, ingenuo, spaccone, infantile e immaturo. Privo di una guida, di un progetto, di un’identità vera: cercherà di essere quello che non è, di fare quello che non sa fare, soccombendo al proprio destino, che lo condurrà tragicamente in galera per duplice assassinio: e l’omicidio che tante volte abbiamo visto su TW come un fatto normale o necessario, in questo caso ci si mostra nella sua inutilità, come un capriccio, un’azione infantile e inconsapevole di un ragazzino irresponsabile. Al contrario Frank perderà la vita, venendo ripescato nelle acque del suo porto, davanti agli occhi dei suoi portuali, per il motivo opposto: la sua troppa consapevolezza, il suo troppo impegno, la sua passione e la coerenza portate all’estremo.
Per molti spettatori la seconda stagione è quella che più è rimasta impressa proprio a causa della recitazione di Bauer. Il suo Frank Sobotka ci somiglia e ci ispira, ci muove compassione e rispetto, paga per tutti, per tutti porta la croce. Quattro polacchi, cinque opinioni.
Non mi vengono in mente altri interpreti notevoli, che cioè più degli altri, o come questi nominati, si siano distinti nella recitazione: due menzioni ancora, anzi, una in positivo e una in negativo: la prima per Isiah Whitlock Jr., interprete del senatore corrotto Clay Davis: in lingua originale personaggio e interpretazione sono assolutamente più godibili e Davis rappresenta perfettamente le caratteristiche dell’umanità che popola TW: ci piace anche se non dovrebbe piacerci. È un corrotto che si approfitta di chiunque. Truffa, deruba, minaccia, mente, eppure non ce la sentiamo di metterlo fra i “cattivi”: è un farabutto che si salva sempre, un finto Robin Hood che parteggia pubblicamente per il popolo, la sua base di elettori, ma che si riempie le tasche a spese di tutti: Carcetti, Stringer Bell…è anche quello che alla quinta stagione, parlando con Lester Freamon, svela il segreto ultimo dell’intera serie, l’anello che congiunge la strada alle banche: sono gli avvocati quelli che muovono i soldi, sono loro che consigliano gli spacciatori come ripulire e investire i proventi delle loro attività illecite. Commenta che senza gli avvocati, gli spacciatori non sarebbero in grado di fare un bel niente ricordando come egli stesso avesse spennato diverse volte un certo Bell (Stringer Bell, mica un Signor Nessuno) convinto di poter fare a meno dell’avvocato Levy per trattare coi palazzinari e il loro mondo.
Stringer Bell, con tutto il suo potere all’interno dell’organizzazione criminale di Barksdale, con tutta la sua intelligenza, con i suoi studi universitari, con la sua spesso ridicola aria da studente fuori corso con gli occhialini sul naso, convinto di potersela cavare anche nel mondo civile, ma privo in realtà dei mezzi per comprendere la necessità di affidarsi a Levy nel trattare con gente del calibro di Davis o degli altri speculatori edilizi. Comprensione che invece avrà nello scorcio finale della quinta stagione l’enfant prodige del ghetto Marlo Stanfield. Egli parte come un selvaggio incivile e bestiale, psicopatico di base, violentissimo e spietato, ma sarà quello che usando tutto e tutti riuscirà a uscirne vincitore, seppur privato dell’adrenalina che la strada gli dà. Questo lo vedremo in una delle ultime scene della serie.
Qui si apre un’ennesima parentesi; quella delle eredità: Marlo eredita il progetto di Stringer Bell, così come aveva ereditato in precedenza il trono di Evon Barksdale. Il ragazzo Michael eredita il ruolo che era stato di Omar, quello di cane sciolto, outsider, rapinatore e ladro di spacciatori.
Duquanne eredita forse il ruolo di Bubbles, tradendo la propria indole e rinunciando alla sua intelligenza, per andare a vivere in strada con ladri robivecchi e tossicodipendenti.
Sidnor eredita il ruolo che era stato di McNulty, e lo vediamo all’ultima puntata dell’ultima stagione, quando lo ritroviamo davanti al giudice Phelam, a fare quello che McNulty aveva fatto alla prima puntata della prima stagione: scavalcare i propri superiori e chiedere di non essere coinvolto.
Le eredità, l’eterno ritorno, è rappresentato molto bene nella quarta serie dalla storia dell’anello di Old Faces Andre, sorta di McGuffin postmoderno: Marlo lo ruba ad Andre, Omar lo ruba a Marlo, l’agente Walker lo ruba a Omar, il ragazzo Michael lo ruba a Walker. Marlo lo vede al collo del ragazzo e divertito glielo lascerà tenere. Il suo istinto forse ha capito che l’anello porta sfortuna a quasi tutti.
Tornando alla seconda menzione attoriale, quella negativa adesso: ho trovato, e ad ogni replica della serie sempre di più, il personaggio di Avon Barksdale e la recitazione di Wood Harris sempre un po’ sottotono. Credo che il personaggio sia stato scritto volutamente in maniera poco incisiva, è forse l’unico, fra i principali, ad essere più una funzione stereotipa che una persona vera o verosimile. Funzione che da tre parti completa e contrasta: Stringer Bell, D’Angelo Barksdale, Marlo Stanfield. Rispetto al primo, non ne approva le aspirazioni mondane e speculative: è un “semplice” gangster di strada, territoriale, uomo di guerra. Rispetto al secondo, rappresenta il clichè del capo famiglia, inteso come boss che protegge gli interessi del clan, ad ogni costo. Non riesce a comprendere la sofferenza del nipote, che non vuole avere più niente a che fare con lui. Rispetto a Marlo è semplicemente troppo indietro: come ferocia, come cattiveria, come ambizione.
Sono partito iniziando a scrivere quest’articolo, dall’idea di fare una classifica del gradimento di alcuni personaggi della serie. Riflettevo sul fatto che molti personaggi che con spirito naif dovremmo considerare “buoni” o positivi, non lo sono sempre, non lo sono del tutto. E ugualmente altri che dovremmo considerare fra i malvagi. E in particolare, lo ammetto, osservando per l’ennesima volta la parabola di Jimmy McNulty: mi è finalmente stata chiara la profonda e insopportabile antipatia di quello che per diversi motivi può essere considerato il protagonista, se ce ne può essere uno, nello show. Queste riflessioni mi hanno portato ad altri ragionamenti, che affronteremo con calma nell’ultima parte di questo scritto. Ma prima meglio chiudere altre parentesi.
Si è detto del gioco. Il gioco della criminalità, dello spaccio, dei soldati, dei capi. Il gioco di guardie e ladri. Esiste sul serio e se mai avete conosciuto dei delinquenti, della criminalità più o meno organizzata, sapete che è tutto vero. Abbiamo accennato alle regole e abbiamo detto che, in linea di massima, non si esce dal gioco, non si cambia vita, anche se in diversi casi questo succede, impunemente: Cutty, Dennis Wise, esce dal giro e apre una palestra di pugilato, dove cerca nuove opportunità, per sé e per i ragazzi di strada. Ma da buon soldato chiede il permesso a Barksdale, che lo sovvenzionerà per l’acquisto delle attrezzature.
Namond Brice, figlio di Wee Bay verrà addirittura “adottato” dall’ex Maggiore Colvin, con il benestare del padre ergastolano e il mal di pancia della orribile madre, che lo avrebbe voluto soldato agli angoli delle strade e magari compagno di cella del padre.
Anche “Poot”, Malik Carr, è un soldato della banda di Barksdale. Dopo alterne vicende, sparisce dalla storia e lo ritroviamo casualmente come commesso in un negozio di abiti e scarpe sportivi: è fuori dal giro, vivo.
Anche D’Angelo Barksdale è uscito dal gioco, lo ha fatto due volte: una da vivo e una da morto, finto suicida.
Bodie Broadus è invece il rappresentante, fiero, testardo, del soldato fino alla fine. È un personaggio che è cresciuto moltissimo nelle cinque stagioni e ha, come Carver per esempio, altro personaggio maturato tantissimo, trovato l’equilibrio nei confronti dei suoi avversari nonché compagni di giochi: quella sorta di rapporto di amicizia che scoprirà di avere con Jimmy McNulty, complice un brutto sfogo in strada nei confronti di Marlo e della sua gang, colpevoli di avere assassinato Little Kevin. Sarà proprio ciò che lo condannerà: come quella di Omar, anche la sua sarà una morte veloce, dignitosa, sul campo, necessaria e in un certo senso, voluta, liberatoria e catartica.
Poi ci sono i poliziotti, che escono dal giro esclusivamente per propria responsabilità:
Roland “Prez” Pryzbylewski, inadatto alla strada ma abile investigatore da scrivania, pagherà per il proprio temperamento precipitoso, uccidendo un collega e diventando insegnante.
Herc, ingenuo e superficiale, andrà a lavorare per l’avvocato Levy e sarà fondamentale per avviare l’intercettazione nei confronti di Marlo Stanfield.
Il Maggiore Colvin, a metà strada fra idealismo, insubordinazione e truffa, perderà i gradi e una parte di pensione. Adotterà Nemond, il figlio di Wee Bay, sublimando in questo modo il proprio desiderio di cambiare le cose.
Cedric Daniels, quasi un robot, anche nella mimica corporea. Integerrimo, ligio al dovere, ha però un passato oscuro che incombe costantemente sulla sua carriera sotto forma di un dossier (una specie di altro mcguffin) che passa dalle mani del Commissario Burrell a quelle della consigliera e forse futura sindaco Nerise Campbell. Darà infine le dimissioni per motivi familiari, con il grado di Commissario, andando a intraprendere la carriera di avvocato.
McNulty e Lester Freamon. (…continua…)

