THE WIRE – RETROSPETTIVA (prima parte)

THE WIRE – RETROSPETTIVA

(prima parte)

Ho appena finito di guardare, per la quarta volta in sette anni, le cinque stagioni di “The Wire”.

La serie (lo show, come dicono gli americani) è andata in onda dal giugno 2002 al marzo 2008, (lo stesso periodo che ha visto la messa in onda di “The Shield”, marzo 2002 – novembre 2008, suo contraltare poliziesco, profondamente differente ma altrettanto devastante\appagante a livello emotivo e di scrittura di alcuni dei personaggi) ed è universalmente riconosciuta, insieme ai Soprano, come uno dei prodotti meglio riusciti della nuova (ormai vecchia, LOL) serialità televisiva. Si può anzi dire che, insieme ai Soprano (entrambe, curiosamente, firmate HBO) hanno loro stesse inaugurato quella nuova serialità televisiva (non scordiamoci di NYPD Blue, che in Italia è stata piuttosto maltrattata in quanto a messa in onda e non dimentichiamo X-files e Twin Peaks, veri e propri geniali precursori). Nuova serialità si diceva, che poi ha fatto in fretta a fiorire, ma anche a degenerare: il successo di “Lost” (settembre 2004 – maggio 2010) vero e proprio laboratorio sperimentale di tecniche narrative e nuovi linguaggi televisivi, ci ha mostrato quanto potesse essere bello, e redditizio anche, scrivere uno show, ma quanto sia difficile gestirlo con intelligenza, o fermarsi in tempo.

A questo proposito anche The Shield ha talvolta riproposto le sue proprie dinamiche, ha allungato il brodo, stirato le trame sì, e “The Sopranos” (gennaio 1999 – giugno 2007) in parte ha fatto altrettanto, anche se in modo più discreto.

O forse a Tony abbiamo perdonato più che a Vic, e pur di stare in compagnia del boss del New Jersey siamo stati disposti a guardare un prodotto non sempre asciutto quanto avrebbe potuto essere. Ma l’interpretazione, che non è la scrittura si badi bene, di Gandolfini è qualcosa di così monumentale, e vera, e intima, che sovrasta di chilometri qualunque pignola considerazione sulla scrittura della serie, su certe sotto-trame inutili, su certi personaggi macchiettistici, su certe scene naif da cliché hollywoodiano mafioso, e via discorrendo: stiamo parlando di pionierismo puro, per quanto riguarda la scrittura, e di un genio, per quanto riguarda l’interpretazione: Gandolfini sarebbe stato in grado di reggere sulle proprie spalle altre 7 stagioni, avremmo dato qualcosa di bello e di prezioso per tenercelo ancora, non c’è dubbio. Tony.

Ma tornando in argomento, The Wire (da qui in avanti TW, o la serie, o lo show) è stata, ed è ancora, la serie perfetta a livello di scrittura: non c’è un episodio, una scena, un dialogo, un personaggio, una comparsa, un morto, che sia di troppo.

Certo, manca un interprete del valore di Gandolfini, e certo, la regia è più ordinaria rispetto a quella così ruvida e sperimentale di The Shield, e certo mancano i flashback, i flasforward e i cliffhanger di Lost.

TW è lenta, a tratti noiosa, ma non ti puoi permettere di perderne un minuto, perché tutto è funzionale alla storia, anche uno sguardo, un’espressione, un silenzio. Per questo è perfetta, perché tutto cammina dritto a passo d’uomo, ogni trama e sotto-trama procede sicura verso la propria destinazione, che non è mai la fine dell’episodio e spesso neanche la fine della stagione (tranne la seconda, quella del porto, che ci ha dato una delle più intense interpretazioni di tutto lo show, quella di Chris Bauer che veste i panni di Frank Sobotka).

Certo, oggi autori e produttori hanno ben imparato a confezionare serie, una dopo l’altra, la maggior parte trascurabili, non tanto a livello di soggetto, quanto di scrittura, per non parlare della recitazione. Vedere un mostro sacro come Al Pacino vagare mediocre dentro “Hunters” ci fa capire che siamo arrivati alla massificazione, alla catena di montaggio, all’industria dell’intrattenimento popolare che riempie il tempo, non l’anima, cosa che invece dovrebbe fare l’arte.

Anche Breaking Bad, a mio modesto e certamente molto opinabile parere, è, a momenti, una mezza ruffianata, ma di alto livello: c’è mestiere, c’è bravura, scrittura, attori, interpretazione: certo, è eccessiva, e personalmente l’ho guardata e apprezzata ma non l’ho amata visceralmente. Anzi, quando ho provato a ri-guardarla, a distanza di qualche anno (come periodicamente faccio con I Soprano, con The Shield, con The Wire) ho interrotto anzitempo, con grande sollievo: ad una seconda visione emergeva chiaramente tutto il mestiere, tutti gli artifici narrativi, gli eccessi, le lungaggini, la tanta, troppa, carne al fuoco, l’inverosimilità di molte scelte. Vero, le interpretazioni di diversi attori hanno sopperito ad alcune carenze o difetti di scrittura e l’originalità del soggetto e il sapiente uso di cliffhanger e flashback ci ha tenuti incollati per anni, ma sulla distanza, BB non regge. Paradossalmente Better Call Saul potrebbe essere un prodotto migliore, più sincero e onesto.

Dicevamo di TW che, al contrario o meglio degli altri show summenzionati, è una serie perfetta perché non racconta una storia inventata, ma descrive la realtà e lo fa osservando gli esseri umani che vivono come possono, come riescono, come sanno fare, e hanno dentro un po’ di luce e un po’ di tenebra, e non capisci mai se ti piacciono oppure no.

Non voglio ripetere la banalità (che è verità, perché la verità è banale, per forza di cose) che la protagonista principale e forse l’unica vera di TW sia la città di Baltimora, perché altrimenti non mi spiegherei le complessive 240 ore che ho dedicato alla visione, periodicamente reiterata, dell’intero show in questi anni. Sicuramente i balmoresi e molti statunitensi ritrovano la loro città, terribile e meravigliosa, il suo slang, le case abbandonate, il porto e il municipio, la demolita Lexington Terrace (che nella serie si chiama Franklin Terrace), i bianchi, i neri, i greci.

Io ci trovo l’essere umano, che è uguale dappertutto: è un ladro, un assassino, un bugiardo, un codardo e vigliacco, un figlio trascurato, una moglie tradita, un marito ingabbiato. E quindi Baltimora è solo una scusa, Barksdale è solo una scusa, e il porto, la scuola, il giornale, il municipio sono solo i luoghi che sono stati incidentalmente scelti per mostrarci l’essere umano.

Hernest Hemingway ha detto che “la cosa più difficile che ci sia al mondo è scrivere una prosa assolutamente onesta sugli esseri umani”.

TW fa questo, e ci riesce: i suoi personaggi non agiscono sulla base di un carattere, non sono coerenti con l’idea preconcetta che l’autore ha di loro. Sono coerenti solo con sé stessi e con la propria convenienza, e sofferenza, e disagio, che momento per momento attraversano. Vincono e perdono, amano e mentono, tradiscono e uccidono, manipolano e aiutano. Continuamente, come facciamo noi, nella realtà o nella nostra testa, che tanto non c’è molta differenza.

Parlavo prima di scrittura dei personaggi e di interpretazione. Sono chiaramente due cose diverse:

James Gandolfini ci ha mostrato cos’è una interpretazione, e certamente anche Brian Cranston.

Bob Odenkirk in Better Call Saul, CCH Pounder, la Claudette Wyms di The Shield pure, secondo il mio modesto parere, e Forest Whitaker, nello stesso show, anche se solo per una stagione. 

Matthew McConaughey nei panni di Rustin Cohle in True Detective, Katey Sagal, la Gemma Teller-Morrow di Sons of Anarchy (altro capolavoro a metà). E altri (non molti) in altre serie.

TW ci ha mostrato che cos’è invece la scrittura dei personaggi. Gli attori non sono mostri di bravura, e in altre serie non hanno reso come in questa. Sono stati onesti e bravi interpreti di personaggi scritti alla perfezione.

A parte alcuni casi, non possiamo dire di avere visto su TW interpretazioni monumentali ma ciascun personaggio (con poche, pochissime eccezioni) ci è rimasto scolpito dentro, perché è stato scritto con bravura, con passione, con amore, con (altra) bravura, con genio, con onestà, anzi con assoluta onestà, come diceva Hemingway, e ancora con tanta, troppa bravura. Ed è quella bravura che ci fa tornare ogni paio d’anni sulle strade di Baltimora, a credere che quello show, quella rappresentazione, quella recita, sia non verosimile ma vera, del tutto vera, e che stia avvenendo davanti a noi, in quel momento, e che parli di noi, perché nella scrittura di quei personaggi ci riconosciamo perfettamente, nei silenzi, negli sguardi, nei versi monosillabici, quando non ci sono parole adatte.

A parte alcuni casi, dicevamo, non abbiamo assistito a interpretazioni monumentali.

Quali, allora?

È certamente personale: posto, come ho già scritto, che tutti i personaggi di TW siano scritti dall’autore in modo eccellente io credo che nella serie si siano viste alcune grandi prove attoriali, grandi interpretazioni che hanno reso quegli interpreti un tutt’uno con quei personaggi e con quella determinata stagione o con l’intera serie.

Andre Royo, ha interpretato Bubbles, chiamato anche Bubs, tossico, informatore, ladro, disperato e però mai sconfitto, uno dei pochi (l’unico?) vincitori morali della serie. La sua recitazione, specie nelle due ultime stagioni è straordinaria. Bubs è un personaggio che inizialmente non emerge dal pantano delle case popolari. Lo fa lentamente, come lentamente prende corpo l’indagine nella prima stagione. Anzi, è proprio Bubbles, che si chiama Reginald Cousins, che dà il via alle danze, perché decide di “denunciare” il clan di Barksdale alla narcotici per vendicare il suo amico e compagno di buco Johnny Weeks, pestato a sangue dagli spacciatori delle case popolari.

Senza il suo fondamentale contributo, la volontà di McNulty nonostante l’appoggio del suo giudice “paparino” Daniel Phelam, sarebbe rimasta probabilmente frustrata e l’indagine non sarebbe mai decollata.

Quando alla fine della quarta stagione Bubs si rende responsabile della morte di Sherrod, giovane del quale si stava prendendo cura da tempo, si costituisce e tenta di suicidarsi impiccandosi con la cintura nella sala degli interrogatori. Verrà salvato da Landsman e Norris e finalmente si disintossicherà. La quinta stagione lo vede pulito e determinato a restarlo ma estremamente sofferente per la morte di Sherrod. La sua testimonianza al gruppo di sostegno, in occasione del compimento di un anno senza droghe è talmente ben recitata da essere davvero commovente. Mi ha fatto piangere, silenziosamente, perché è uno show e non si può piangere per una cosa non vera, eppure mi era difficile trattenere le lacrime: nella scena successiva il giovane Michael si separava dal fratellino Bug, lasciandolo per sempre a casa della zia, e alle lacrime del bambino diceva che gli uomini veri non piangono mai, ma io ancora piangevo per Bubbles.

Michael K. Williams (1960 – 2021), scomparso di recente, ha interpretato Omar Little, criminale outsider, cane sciolto e omosessuale dichiarato (oggi non fa più scalpore), Robin Hood postmoderno del ghetto. Abbiamo sofferto molto vedendolo menomato nell’ultima stagione; zoppo e ancora più solo che in passato, cercando una vendetta troppo difficile da portare a termine e proprio per questo necessaria e non procrastinabile, e disperata. E quindi la sua morte non poteva essere evitata. La recitazione dell’attore non è forse stata superiore all’abilità della scrittura, alla bellezza del personaggio, ma è stata intensa e vera. Ci è piaciuto riconoscerci ed indentificarci in questo negro del ghetto, povero, brutto, solo, emarginato, ma al contempo temuto e mitizzato come nessun altro nelle strade lerce di Baltimora Ovest. Omar deruba gli spacciatori e lo fa seguendo un suo particolare codice etico che lo rende inviso a tutti o quasi. Come altri personaggi (Wee Bay, Evon Barksdale, D’Angelo Barksdale, Body Broadus, lo stesso Marlo Stanfield…), anche lui fa spesso riferimento al cosiddetto “gioco”. Nel gioco ci sono regole semplici, e feroci: i soldati ubbidiscono sempre, i capi decidono tutto. La roba viaggia da una parte, i soldi dall’altra. Non si parla con gli sbirri, non si uccidono i contribuenti (sempre che non si immischino diventando testimoni).

Omar ne rispetta alcune ma ne infrange altre: testimonia contro un uomo di Barksdale, “Bird”, Marquis Hilton, uccide e ferisce soldati a tutto andare, per rapinare il boss di soldi e droga. Con l’inganno, la doppiezza, i travestimenti, le recite. Cose fuori da ogni logica della strada, così come è fuori dalla logica della strada la sua omosessualità dichiarata, ed esibita addirittura, a dar fastidio, a provocare.

C’è un altro personaggio omosessuale, che tiene ben nascosta la propria inclinazione: ne parleremo più avanti forse.

Ci sarebbe da scrivere per anni su questa serie.

Omar ci piace perché è diverso e invece che subire, contrattacca, è temuto, è indipendente. È quello che vorremmo essere noi davanti al mondo, ai piccoli e grandi soprusi che ci tocca subire nei nostri ghetti, veri o presunti, civili o meno. È noto l’endorsement che l’allora Presidente Barack Obama fece nei confronti del personaggio Omar Little. È un eroe\antieroe che mette d’accordo tutti gli spettatori, gli si perdona qualunque cosa, si parteggia per lui, si muore con lui, in un istante.

Viene ucciso da un bambino, al quale non aveva dato importanza, all’interno del market coreano dove acquista le sue ultime Newport, pacchetto morbido.

Come già accennato, parliamo di Frank Sobotka. L’attore Chris Bauer si produce in una performance attoriale eccezionale, così come James Ransone, che interpreta il figlio di Frank, l’idiota Ziggy.

Entrambi questi personaggi vivono intensamente la seconda stagione e guadagnano una miserevole fine. Il loro percorso si dipana attraverso quella “legge del Due” che spesso prende piede nello show. Questi due personaggi sono antitetici e complementari, appassionato e intelligente e disperato Frank, responsabile e padre di tutti i portuali, quanto Ziggy è cretino, ingenuo, spaccone, infantile e immaturo. Privo di una guida, di un progetto, di un’identità vera: cercherà di essere quello che non è, di fare quello che non sa fare, soccombendo al proprio destino, che lo condurrà tragicamente in galera per duplice assassinio: e l’omicidio che tante volte abbiamo visto su TW come un fatto normale o necessario, in questo caso ci si mostra nella sua inutilità, come un capriccio, un’azione infantile e inconsapevole di un ragazzino irresponsabile. Al contrario Frank perderà la vita, venendo ripescato nelle acque del suo porto, davanti agli occhi dei suoi portuali, per il motivo opposto: la sua troppa consapevolezza, il suo troppo impegno, la sua passione e la coerenza portate all’estremo.

Per molti spettatori la seconda stagione è quella che più è rimasta impressa proprio a causa della recitazione di Bauer. Il suo Frank Sobotka ci somiglia e ci ispira, ci muove compassione e rispetto, paga per tutti, per tutti porta la croce. Quattro polacchi, cinque opinioni.

Non mi vengono in mente altri interpreti notevoli, che cioè più degli altri, o come questi nominati, si siano distinti nella recitazione: due menzioni ancora, anzi, una in positivo e una in negativo: la prima per Isiah Whitlock Jr., interprete del senatore corrotto Clay Davis: in lingua originale personaggio e interpretazione sono assolutamente più godibili e Davis rappresenta perfettamente le caratteristiche dell’umanità che popola TW: ci piace anche se non dovrebbe piacerci. È un corrotto che si approfitta di chiunque. Truffa, deruba, minaccia, mente, eppure non ce la sentiamo di metterlo fra i “cattivi”: è un farabutto che si salva sempre, un finto Robin Hood che parteggia pubblicamente per il popolo, la sua base di elettori, ma che si riempie le tasche a spese di tutti: Carcetti, Stringer Bell…è anche quello che alla quinta stagione, parlando con Lester Freamon, svela il segreto ultimo dell’intera serie, l’anello che congiunge la strada alle banche: sono gli avvocati quelli che muovono i soldi, sono loro che consigliano gli spacciatori come ripulire e investire i proventi delle loro attività illecite. Commenta che senza gli avvocati, gli spacciatori non sarebbero in grado di fare un bel niente ricordando come egli stesso avesse spennato diverse volte un certo Bell (Stringer Bell, mica un Signor Nessuno) convinto di poter fare a meno dell’avvocato Levy per trattare coi palazzinari e il loro mondo.

Stringer Bell, con tutto il suo potere all’interno dell’organizzazione criminale di Barksdale, con tutta la sua intelligenza, con i suoi studi universitari, con la sua spesso ridicola aria da studente fuori corso con gli occhialini sul naso, convinto di potersela cavare anche nel mondo civile, ma privo in realtà dei mezzi per comprendere la necessità di affidarsi a Levy nel trattare con gente del calibro di Davis o degli altri speculatori edilizi. Comprensione che invece avrà nello scorcio finale della quinta stagione l’enfant prodige del ghetto Marlo Stanfield. Egli parte come un selvaggio incivile e bestiale, psicopatico di base, violentissimo e spietato, ma sarà quello che usando tutto e tutti riuscirà a uscirne vincitore, seppur privato dell’adrenalina che la strada gli dà. Questo lo vedremo in una delle ultime scene della serie.

Qui si apre un’ennesima parentesi; quella delle eredità: Marlo eredita il progetto di Stringer Bell, così come aveva ereditato in precedenza il trono di Evon Barksdale. Il ragazzo Michael eredita il ruolo che era stato di Omar, quello di cane sciolto, outsider, rapinatore e ladro di spacciatori.

Duquanne eredita forse il ruolo di Bubbles, tradendo la propria indole e rinunciando alla sua intelligenza, per andare a vivere in strada con ladri robivecchi e tossicodipendenti.

Sidnor eredita il ruolo che era stato di McNulty, e lo vediamo all’ultima puntata dell’ultima stagione, quando lo ritroviamo davanti al giudice Phelam, a fare quello che McNulty aveva fatto alla prima puntata della prima stagione: scavalcare i propri superiori e chiedere di non essere coinvolto.

Le eredità, l’eterno ritorno, è rappresentato molto bene nella quarta serie dalla storia dell’anello di Old Faces Andre, sorta di McGuffin postmoderno: Marlo lo ruba ad Andre, Omar lo ruba a Marlo, l’agente Walker lo ruba a Omar, il ragazzo Michael lo ruba a Walker. Marlo lo vede al collo del ragazzo e divertito glielo lascerà tenere. Il suo istinto forse ha capito che l’anello porta sfortuna a quasi tutti.

Tornando alla seconda menzione attoriale, quella negativa adesso: ho trovato, e ad ogni replica della serie sempre di più, il personaggio di Avon Barksdale e la recitazione di Wood Harris sempre un po’ sottotono. Credo che il personaggio sia stato scritto volutamente in maniera poco incisiva, è forse l’unico, fra i principali, ad essere più una funzione stereotipa che una persona vera o verosimile. Funzione che da tre parti completa e contrasta: Stringer Bell, D’Angelo Barksdale, Marlo Stanfield. Rispetto al primo, non ne approva le aspirazioni mondane e speculative: è un “semplice” gangster di strada, territoriale, uomo di guerra. Rispetto al secondo, rappresenta il clichè del capo famiglia, inteso come boss che protegge gli interessi del clan, ad ogni costo. Non riesce a comprendere la sofferenza del nipote, che non vuole avere più niente a che fare con lui. Rispetto a Marlo è semplicemente troppo indietro: come ferocia, come cattiveria, come ambizione.

Sono partito iniziando a scrivere quest’articolo, dall’idea di fare una classifica del gradimento di alcuni personaggi della serie. Riflettevo sul fatto che molti personaggi che con spirito naif dovremmo considerare “buoni” o positivi, non lo sono sempre, non lo sono del tutto. E ugualmente altri che dovremmo considerare fra i malvagi. E in particolare, lo ammetto, osservando per l’ennesima volta la parabola di Jimmy McNulty: mi è finalmente stata chiara la profonda e insopportabile antipatia di quello che per diversi motivi può essere considerato il protagonista, se ce ne può essere uno, nello show. Queste riflessioni mi hanno portato ad altri ragionamenti, che affronteremo con calma nell’ultima parte di questo scritto. Ma prima meglio chiudere altre parentesi.

Si è detto del gioco. Il gioco della criminalità, dello spaccio, dei soldati, dei capi. Il gioco di guardie e ladri. Esiste sul serio e se mai avete conosciuto dei delinquenti, della criminalità più o meno organizzata, sapete che è tutto vero. Abbiamo accennato alle regole e abbiamo detto che, in linea di massima, non si esce dal gioco, non si cambia vita, anche se in diversi casi questo succede, impunemente: Cutty, Dennis Wise, esce dal giro e apre una palestra di pugilato, dove cerca nuove opportunità, per sé e per i ragazzi di strada. Ma da buon soldato chiede il permesso a Barksdale, che lo sovvenzionerà per l’acquisto delle attrezzature.

Namond Brice, figlio di Wee Bay verrà addirittura “adottato” dall’ex Maggiore Colvin, con il benestare del padre ergastolano e il mal di pancia della orribile madre, che lo avrebbe voluto soldato agli angoli delle strade e magari compagno di cella del padre.

Anche “Poot”, Malik Carr, è un soldato della banda di Barksdale. Dopo alterne vicende, sparisce dalla storia e lo ritroviamo casualmente come commesso in un negozio di abiti e scarpe sportivi: è fuori dal giro, vivo.

Anche D’Angelo Barksdale è uscito dal gioco, lo ha fatto due volte: una da vivo e una da morto, finto suicida.

Bodie Broadus è invece il rappresentante, fiero, testardo, del soldato fino alla fine. È un personaggio che è cresciuto moltissimo nelle cinque stagioni e ha, come Carver per esempio, altro personaggio maturato tantissimo, trovato l’equilibrio nei confronti dei suoi avversari nonché compagni di giochi: quella sorta di rapporto di amicizia che scoprirà di avere con Jimmy McNulty, complice un brutto sfogo in strada nei confronti di Marlo e della sua gang, colpevoli di avere assassinato Little Kevin. Sarà proprio ciò che lo condannerà: come quella di Omar, anche la sua sarà una morte veloce, dignitosa, sul campo, necessaria e in un certo senso, voluta, liberatoria e catartica.

Poi ci sono i poliziotti, che escono dal giro esclusivamente per propria responsabilità: 

Roland “Prez” Pryzbylewski, inadatto alla strada ma abile investigatore da scrivania, pagherà per il proprio temperamento precipitoso, uccidendo un collega e diventando insegnante.

Herc, ingenuo e superficiale, andrà a lavorare per l’avvocato Levy e sarà fondamentale per avviare l’intercettazione nei confronti di Marlo Stanfield.

Il Maggiore Colvin, a metà strada fra idealismo, insubordinazione e truffa, perderà i gradi e una parte di pensione. Adotterà Nemond, il figlio di Wee Bay, sublimando in questo modo il proprio desiderio di cambiare le cose.

Cedric Daniels, quasi un robot, anche nella mimica corporea. Integerrimo, ligio al dovere, ha però un passato oscuro che incombe costantemente sulla sua carriera sotto forma di un dossier (una specie di altro mcguffin) che passa dalle mani del Commissario Burrell a quelle della consigliera e forse futura sindaco Nerise Campbell. Darà infine le dimissioni per motivi familiari, con il grado di Commissario, andando a intraprendere la carriera di avvocato.

McNulty e Lester Freamon. (…continua…)

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Stupido (alternativo)

(dottore: – Parlami dei tuoi genitori.

bambino: – …Io ai miei genitori gli volevo bene, non è giusto quello che è successo. Eravamo una famiglia e adesso siamo soli, soli con una stupida vecchia, che fa solo stupidi inutili discorsi. Inutile e stupida come quello stupido gatto, che aveva…

dottore: – Cos’è successo al gatto?

bambino: – …Niente. È morto.)

I miei genitori sono morti l’anno scorso per uno stupido incidente stradale, così io e mio fratello più piccolo siamo andati a vivere con la nonna.

É strano avere i genitori morti, non conosco nessun altro così, in paese. Intendo altri ragazzi come me.

Invece di persone grandi con genitori morti, qui é pieno. Qui muoiono tutti, di cancro soprattutto.

Voglio dire che vecchi vecchi ce n’è pochi qui, in questo stupido posto.

Muoiono presto, non presto come i miei genitori ma comunque non diventano vecchissimi.

Meglio così, i vecchi, quelli malati intendo, sono inutili e stupidi.

Mia nonna non é ancora vecchissima ma é stupida, fa un sacco di discorsi inutili e fa un sacco di cose inutili. Però fa bene da mangiare.

Mia madre invece non sapeva cucinare, o forse non aveva voglia e neanche tempo. Era sempre nervosa, ma soprattutto lavorava tantissimo. Si può dire che io non la conoscevo quasi. Si occupava di me al mattino presto, lamentandosi, e alla sera tardi, in silenzio. Si occupava anche di mio fratello, ma di lui non voglio parlare, é uno stupido moccioso che piange per tutto.

La mamma non so se mi voleva bene bene, come dovrebbe essere, non so se mi spiego. Era quasi sempre nervosa, l’ho già detto, lavorava tanto e aveva sempre da dire. Quello che facevo e che dicevo non andava mai bene.

 -Non fare lo stupido – mi diceva, e mi passava lo spazzolino da denti con il dentifricio già messo,

– Devi stare più attento, presente a te stesso – mentre mi controllava sotto il collo e dentro alle orecchie.

Che cavolo vuol dire presente a te stesso? Avevo paura di chiederglielo e allora facevo finta di capire, facevo di sì con la testa, e lei mi sgridava perché mi muovevo mentre si occupava di me.

– Stai fermo non vedi che sto facendo cose? – E mi sfregava i capelli con una salvietta.

Mi sembra di vederla e di sentirla ancora. Quando hanno avuto l’incidente ci sono rimasto male ma adesso certe volte penso che é meglio così. A cosa serve una che non vedi mai e dice sempre che sei uno stupido?

La mamma di Saverio, il mio migliore amico, é sempre a casa. A casa loro intendo. Si chiama Marisa. Lei é sempre lì, fa le cose di casa, cucina bene, fa i complimenti per tutto.

Io a mia madre non la vedevo mai. Al compleanno mi abbracciava per un momento. Mi comprava la torta gelato al bar di sotto e le costruzioni Lego ai Magazzini di piazza Marconi, in città.

Noi viviamo in uno stupido paesino vicino alla città. C’è una scuola, due chiese, un supermercato, una palestra, una biblioteca sempre chiusa e una grande farmacia. La farmacista è la più ricca di tutto il paese, si fa un sacco di soldi.

Comunque, il compleanno era sempre uguale. La stessa stupida torta gelato e le stesse stupide costruzioni. Quelle erano diverse ogni anno ma si vedeva che mamma non aveva pensato a fare qualcosa di diverso. Infatti, anche se erano diverse, si può dire anche che erano le stesse. Forse credeva che non me ne accorgevo, che ero distratto, assente come lei, o un po’ stupido.

Mio fratellino quando lei lo sgridava, piangeva sempre. Si sforzava di aspettarla sveglio, ma poi si addormentava e di notte non riusciva mai a vederla. Ma tanto non si perdeva chissà che discorsi, che di sera stava sempre zitta. Tranne quando lei e il babbo litigavano.

Oggi a scuola quella stupida di italiano mi ha messo un’altra nota, ma non me ne importa nulla. Io in classe non faccio niente. Voglio starmene per i fatti miei, non cerco nessuno. Ma a loro non va bene. Ti vogliono costringere a seguire, a studiare, a essere normale. Allora cominciano a chiamarmi, a parlarmi a cercare di farmi il lavaggio del cervello. Non lo capiscono che voglio essere lasciato in pace. E invece insistono, devono lavarsi la coscienza. E allora, visto che non mi lasciano stare, incomincio a disturbare. Faccio versi, rumori, lancio cose, li sfido. Disturbo e basta, in continuazione. Sono stato sospeso il mese scorso, ma poi me l’hanno tolta la sospensione. Che stupidi, non sono neanche capaci di sospendere un ragazzino.

A quella la faccio impazzire, povera cretina.

E anche a un paio di compagni miei. Sono degli stupidi secchioni. Sanno sempre tutto, sanno tutte le risposte. E poi sono ricchi, come la farmacista. Fanno le feste di compleanno, ci danno gli inviti per la festa a casa, con le loro stupide mamme e i papà. Non li chiamano babbi, li chiamano papà, tutti vestiti eleganti. E poi portano i pasticcini a scuola, per gli insegnanti, che schifo. Non sono solo stupidi e viziati, sono proprio deficienti, che é peggio. Lo so che è peggio, il babbo mi chiamava così quando non capivo qualcosa, e lui era molto più severo della mamma.

Una volta, prima dell’incidente ho sentito che litigavano perché la mamma era rimasta incinta. Forse di una sorellina. Comunque, è morta anche lei.

Dopo che sono morti la nonna ci ha preso in casa, ma tanto passavamo già un sacco di tempo da quella vecchia stupida.

Un giorno le ho ucciso il gatto. É successo dopo l’incidente.

Non faceva niente di che, stava tutto il giorno a leccarsi, pure il suo buchetto, e le palle, e poi si strisciava ai miei vestiti. Mi dava fastidio.

Lo spostavo, allo stupido gatto, e lui continuava a venirmi sopra. Allora gli ho dato un colpo con un bastone, dietro il collo, forte. Non so, mi ha preso così, non ho capito bene, mi scocciava continuamente ed ero arrabbiato. Quando è morto se l’è fatta addosso ed è successa una cosa. Un sacco di animaletti neri sono usciti dal gatto morto.

Come puntini o palline. Lo abbandonavano. Fuggivano via.

Ho avuto paura, perché non c’era ritorno da una cosa così, lo so bene, ci avevo pensato tanto alla morte e lo sapevo già.

Ma era solo un gatto, ho fatto finta di niente e l’ho sistemato vicino alla sua stupida cuccia da gatto. Mia nonna non c’era, era agli stupidi colloqui del primo quadrimestre.

E mio fratellino al catechismo, a perdere tempo con i preti, stupido lui e stupidi loro.

Ho capito una cosa di Dio. Se esiste o non esiste é la stessa cosa. Se ne frega, non gli interessa giudicare perché lui ha la coscienza molto molto più sporca di tutti.

Io quegli animaletti neri me li sogno quasi tutte le notti. Forse i miei genitori ce li avevano dentro pure loro, forse ce li abbiamo tutti, e non vedono l’ora di uscire.

Quando sono morti, sono venuti quelli del Comune, gli assistenti sociali. Mi hanno detto che mi davano un educatore, per aiutarmi a scuola.

Io l’ho capito che é una scusa, hanno paura che mi butto dal cavalcavia, perché sono morti. Qualche volta ci ho pensato, anche quando erano vivi, ma una o due volte ci pensano tutti, la vita è uno schifo.

L’educatore é uno stupido che viene a casa, mi fa una predica e poi si legge il giornale e parla con mia nonna. Lei gli dà un sacco di roba buona fatta in casa e lui prende tutto, facendo finta che non vuole niente ma poi si prende sempre tutto, quanto é furbo.

Mi accompagna lui dal dottore. Il dottore é quello che mi ha detto di scrivere.

– Scrivi quello che ti viene in mente, senza pensarci troppo, senza filtri…- mi ha detto guardandomi dritto negli occhi.

Mi ha spiegato che lui non può dire a nessuno quello che gli dico io altrimenti se voglio lo posso anche denunciare e mandare in galera.

Parliamo, mi fa piangere, e anche ridere certe volte, ed è peggio, ma io continuo ad andarci. Non so perché. Forse è un bravo dottore.

Gli ho detto del gatto ma non si è impressionato, mi ha detto che sono cose che possono succedere e mi ha suggerito di parlarne alla nonna, per chiedere il suo perdono.

Quanto ha pianto quando l’ha trovato morto, quella sera, gli voleva molto bene. Mi ha guardato strano per un momento, forse qualcosa non le tornava.

È venuta e mi ha abbracciato, piangendo silenziosamente. Mi ha tenuto stretto, come se mi volesse togliere il respiro, contro quel suo stupido solito vestito a fiorellini azzurri e rosa. Era così profumata, di buon bucato, sapone di Marsilla o come si chiama. Pulita, e calda, stupida stupida vecchia. Non mi ha soffocato, però mi ha fatto piangere, forse mi sentivo in colpa. Ho pianto molto, ho singhiozzato come una bambina di tre anni, non mi fermavo più, e lei mi accarezzava la testa. Poi siamo andati a letto. Mio fratellino già dormiva da un pezzo.

Il giorno dopo la nonna è andata dalla sua amica, dalla Norma, quella gattara.

Mi ha portato una gattina minuscola, avrà avuto tre mesi.

– Questa è tua, dovrai occupartene tu –

In quel momento l’ho vista come doveva essere da giovane, era bella, uguale alla mamma. Mi guardava dritto negli occhi con uno sguardo misto di tristezza e furia.

Va bene nonna, le ho detto, e me la sono portata in camera, giurando a Dio che questa non sarebbe morta.

Ma forse non stavo promettendo, forse lo stavo soltanto pregando.

Forse Dio ti perdona, solo se tu perdoni a lui.

Forse se smetterò di sentirmi stupido io, smetteranno anche gli altri di sembrarmi così stupidi.

Forse gli animaletti neri possono diventare come il sapone da bucato,

e le nonne possono ritornare ad essere giovani.

Come le mamme.

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Stupido (alternativo) di Andrea Mesina è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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chiudi gli occhi

Julia stava per avere una brutta crisi di nervi. Ma lei era elegante e bella anche in quei momenti e lo sarebbe stata in qualunque situazione, pure senza volerlo.

Si tormentava il braccio destro con la mano sinistra mentre camminava avanti e indietro senza posa, nella bella stanza dai toni del bianco, del beige e del rosso, con passi da valchiria.

Una valchiria alta, magra e bionda, i capelli lunghi e morbidi, ancora profumati, nonostante tutto.

Una valchiria con due stivali di Prada da duemila dollari, che calpestava furiosa, nervosa e sconvolta, i tappeti del Kashmir e vi spargeva sopra la cenere delle Davidoff che fumava una dietro l’altra.

«Merda! Questa città è uno schifo! Ma ti rendi conto di cosa ho dovuto sopportare?»

Lo guardava un attimo, con i grandi occhi azzurri sbarrati e la bocca leggermente aperta di chi non crede a ciò che vede, poi riprendeva subito a camminare, a fumare, a massaggiarsi il braccio destro, a seminare cenere in giro, a lamentarsi.

Lui la stava guardando e la ascoltava, ma non le dava veramente la sua attenzione. Pensava a quanto erano lontani i tempi in cui si erano voluti davvero, e alla distanza che ora sentiva invece nei confronti di questa donna.

Una diversità culturale che prima era sembrata ricchezza, completamento, e quasi un vanto in quella città così grande, immensa, eppure provinciale e rozza, per certi versi.

Bastava farsi un giro nella metro, e quello che in tutto il pianeta era l’avanguardia dell’evoluzione sociale e umana, il popolo delle metropolitane, a London, Paris, Berlin, New York, Mocka, Beijin, Tokio, rimaneva a Roma un vecchio luogo comune, intollerante, egoista, incivile, disunito. Separato come una schizofrenia o un caos, un accidente, una forzatura, lo strano esperimento di uno scienziato pazzo.

«Non si trovava un taxi oggi, dannazione!»

Era americana, parlava un po’ come certi film.

«Perché non mi hai chiamato? Ti avrei mandato qualcuno …» provò a interromperla lui.

«Certo come no!? Come l’ultima volta..? … che ho aspettato quasi un’ora in quella … quella orribile …»

«Mi sembra che oggi sia andata peggio, se posso giudicare dal tuo umore …»

Julia spalancò ulteriormente gli occhi, come se fosse possibile, e strinse così forte fra le dita la sua sigaretta ormai al termine, che le braci accese e l’ultimo tratto di tabacco ancora spento, vennero proiettate a distanza.

Caddero per un caso nel bel marmo lucido del pavimento, fra un tappeto e un altro. Entrambi se ne accorsero.

Valerio strinse le mascelle, e portò in un istante uno sguardo duro negli occhi di lei, allargando le narici del naso dritto e lungo, in un eloquente gesto di stizza che gli era tipico ma che lei aveva imparato presto a ignorare.

Ma Julia non si curò delle braci, né del suo ricco fidanzato italiano. Era furiosa.

«Certo che è andata peggio! Hai presente l’ora di punta nella metro A? Era pieno di cinesi e pakistani, e italiani, tutti sudati, e bagnati da quella pioggia acida, dannata estate, tutti addosso a tutti! Nessuno che si spostava per farmi un po’ di spazio …»

«Mh …»

«Ho detto a un ragazzino di farmi sedere – ero esausta e avevo tutte le buste dello shopping – e quello non mi ha neanche guardato in faccia …»

Lui in passato aveva riso davanti a quel tipo di logica, addirittura la metro A di Roma piena di italiani! Come potevano permettere tutto questo? Perché la città eterna non poteva essere frequentata esclusivamente da ricchi turisti americani?

Col tempo le risate avevano lasciato lo spazio ai sorrisi, sempre meno divertiti e sempre più di disagio e compatimento.

L’antipatia e il fastidio infine, per i toni, per i tempi, le pause, la gestualità di lei.

Era un disprezzo che ormai aveva una tregua soltanto quando non erano insieme -quando lui riusciva a pensare a lei in maniera se non affettuosa almeno neutra – e poi a letto, posto dove in qualche modo la dominava, riuscendo a ritrovare un precario equilibrio emotivo che il complicato carattere di Julia e la loro relazione quasi obbligata, distruggevano continuamente.

«Immagino come glielo avrai chiesto. Ad ogni modo, ti ripeto, potevi chiamare…»

«E tu? Non potevi chiamare tu? Sapevi che ero in città oggi, non ti sei fatto sentire…»

Ecco, puntuale arrivava il contrattacco, se lo aspettava. Julia cercava come al solito di trasformare una critica o un appunto ricevuto in un attacco al suo prossimo, artigliando aggressiva un’altra sigaretta con le unghie perfette e accendendola con eleganza in uno sbuffo di fumo azzurrognolo, lanciando poi noncurante l’accendino d’oro sul prezioso ripiano in lacca giapponese.

«Stavo lavorando. Non so se hai presente…»

«E io sono stata aggredita!! Mentre tu lavoravi e te ne sbattevi! Fottiti! You bastard asshole malaka gobshite…»

Andò avanti così per mezzo minuto. Gli insulti in madrelingua solitamente stemperavano il clima rovente delle loro discussioni.

Valerio li considerava nient’altro che suoni senza senso per quanto comprendesse alla perfezione il significato di ogni singolo termine. Julia si sfogava prima e meglio quando usava lo slang greco-irlandese di Balthimore, la città dove era nata e cresciuta. 

Lui la guardava ora con aria interrogativa. Voleva capire qualcosa di più. I problemi fra loro erano una cosa, un’aggressione era altro paio di maniche. Non avrebbe ignorato un fatto di quel genere, non si poteva tollerare.

Ma lui non si fidava completamente, non le credeva. Un’aggressione, secondo lei, poteva essere benissimo una mancanza di rispetto qualsiasi da parte di uno sconosciuto. Per cui prima di denunciare, o chiedere i filmati della metro o anche consolarla e abbracciarla e rassicurarla, bisognava capire cosa era davvero successo, se era successo qualcosa. Per quello la stava guardando con aria interrogativa.

Julia si fermò un attimo, a guardarlo. Sentendo la sfiducia di lui, capendo che non le credeva, e neanche le avrebbe creduto se gli avesse raccontato tutto quello che era successo, piombò come di schianto in una enorme stanza vuota che aveva dentro, da qualche parte. Una stanza immensa, buia e fredda come un pozzo.

Lei percepiva il suo continuo fastidio e intuiva la loro fine, ma non avrebbe saputo spiegarsi i motivi. E aveva paura di chiedere, o di pensare. E allora poteva solo sputare la sua rabbia mista a paura, contro di lui, che aveva tutte le colpe degli uomini maschi, e soprattutto aveva la colpa di non amarla più.

Riprese con il suo tono isterico, mentre si accendeva, adesso controvoglia, un’altra sigaretta. Le serviva da scudo, contro di lui.

«Mi guardavano, tutti quanti …» aveva ripreso a camminare, ma con meno energia di prima, era come svuotata.

«C’era una coppia, africani … puzzavano, di sporcizia, di spezie, in un modo rivoltante. Mi guardavano e ridevano. Lei ha iniziato a fissarmi gli stivali nuovi. Sono bellissimi, meravigliosi, li guardano tutti, si vedeva che li voleva. Mi guardava, più duramente, e non rideva più …»

Julia si era fermata, il braccio destro lungo il fianco, la sigaretta, che non aveva aspirato neanche di un tiro pendeva pericolosamente dalle dita curate e fredde come artigli d’acciaio chirurgico. La mano sinistra a stringere un poco l’incavo del gomito, lo sguardo perso nel vuoto.

«Mi guardava e non rideva più … si puliva i denti con un bastoncino di legno grosso, appuntito. Faceva una quantità di riccioli di fibra di legno, che si lasciava cadere addosso e per terra, disgusting …»

La cenere cadde sul tappeto, finalmente, ma Valerio registrò passivamente quel piccolo incidente, perché era rapito dal racconto, voleva ascoltare la storia.

Aveva provato un leggero moto di fastidio e forse un senso di colpa al commento razzista di lei. A lui quell’odore speziato piaceva da morire, lo eccitava da matti e spesso si era trovato sul Lido a caricarsi una negra in macchina e a fottersela da dietro, lei schiacciata sul volante e lui seduto al posto guida, godendo dentro quell’odore di sudore, e spezie, e specie, e sottomissione, e costosa macchina nuova e pulita. In quei momenti si stava fottendo un intero continente, si stava scopando l’Africa.

E a Julia, se la sarebbe fatta proprio adesso, sconvolta e tutto, le avrebbe voluto tappare la bocca e spingerle dentro qualcosa.

Ma voleva anche ascoltare, era bella, così isterica, così sconvolta da un giro in metro. Certo, pezzi di femmine come Julia non ne vedevi molti nella metro di Roma, e anche in strada, anche a via Condotti o al Babbuino o all’ Hassler.

Julia era così alta, così bella, così ricca e viziata, ed elegante anche, che chiunque si girava a guardare. Una volta persino la Pfeiffer si era fermata a dirle qualcosa. E Julia Roberts? Le aveva scritto un biglietto, al ristorante. Bella, uno schianto, sempre stata.

«C’era uno, sembrava … come lo chiamate … un co-atto sì, mi spogliava con gli occhi, ha detto “ammazza segnori’ che belli stivali aó, mejregali?…» – Ho fatto finta di non sentirlo ma poi alla fermata di Termini è salito il mondo e mi hanno schiacciato su di lui, non si è spostato, aveva un odore di gomma alla frutta, pink bubble…sí…, praticamente avevo la schiena girata verso di lui, che era seduto  e aveva una gamba in mezzo alle mie, muoveva il piede, piano, mi accarezzava la pelle dello stivale e sentivo il suo sguardo addosso My God, dentro quasi e rideva … e io non potevo neanche muovermi …

«Cioè avevi il tuo culo nella sua faccia? E il suo ginocchio in mezzo alle gambe?…» Valerio era palesemente infastidito, con lei.

Ma anche su di giri. Aveva voglia di scopare. Con lei.

L’avrebbe voluta stuprare, farla urlare. Avrebbe voluto prendere questa …, questa puttana, sì, avrebbe voluto trattarla da puttana, qualunque cosa potesse significare, e fottersela contro la sua volontà. 

Lei abbassò non gli occhi, ma tutto il viso, per un lungo istante di vergogna e mortificazione.

«Potevi spostarti no?»

Lei non rispose, girò la schiena per non fargli vedere il pianto incandescente che le correva giù per le guance. Cercò di tenere la voce ferma, voleva continuare a raccontare, voleva uscire dal buco, voleva che lui le desse il permesso di uscire.

«Bastava spostarti, hai sentito?…»

Non rispose. Ormai stava raccontando per sé stessa, come se fosse qualcosa di necessario. Aveva un tono basso, adesso, leggermente svogliato, cantilenante, ipnotico. Fissava il vuoto, e parlava.

«Prima di scendere alla sua fermata mi ha accarezzato la spalla e il braccio, leggero come un coltello e nessuno, tutti vedevano e avevano sentito goddamnit…, nessuno ha detto niente, tutti guardando il telefono, oppure il vuoto … o i loro dannati piedi, e io.. io che mi sentivo così sporca … e anche sollevata che se ne fosse andato via. Gli  africani avevano guardato tutto, e continuavano a pulirsi i denti come se niente fosse …»

«Continua.»

Julia continuò a parlare.

«Una donna, elegante, coi tacchi, mi ha spinto da una parte per sedersi prima di me e così ero ancora in piedi, l’ho guardata come per protestare e lei mi ha fatto un cenno col mento, di sfida. Poi l’ho sorpresa a guardarmi gli stivali, e gli shoppers, e come si è accorta è diventata rossa ma poi ha continuato a guardarmi, per tutto il tempo, con insistenza. Era vestita bene, si vedeva che aveva gusto, ma non aveva soldi …»

Julia era la solita logorroica. Ma sapeva raccontare, e il suo accento americano era leggero e piuttosto sexy. Teneva un fashion blog, molto seguito in Italia e all’estero.

Ricordare e raccontare l’avevano calmata un poco e solo adesso si rendeva conto di come il suo fidanzato la stesse guardando. Avrebbe voluto finire il racconto, parlargli dei ragazzini che erano saliti a Furio Camillo …o era Travertino?

Ricordava di essere salita a Piazza di Spagna, pioveva a dirotto, c’erano un milione di turisti, e altrettanti spenna turisti … indiani, pakistani, cileni, cinesi …e ancora altrettanti italiani dell’Aureliano e oltre. A Termini si era svuotato un po’, ma poi si era subito riempito di altri passeggeri, sudati dal caldo, bagnati dalla pioggia.

Fino a Cinecittà era lungo il viaggio, in piedi poi.

Ma chi glielo aveva fatto fare … salire a Piazza di Spagna, con tutte le buste, che stupida. Sarebbe stata fortunata a non finire derubata o violentata. Una o due molestie erano da mettere in conto, gente incivile, e sicuramente anche abiti e capelli da lavare, e disinfettare forse.

Le sembrava di vivere a Calcutta, certi giorni.

Ad ogni modo, era stanca, perché aveva camminato tutta la mattina, sotto una cappa di caldo umido pazzesco, che solo dopo l’una si era deciso a risolversi in pioggia, sporca e acida.

Ed era stanca perché era più di mezz’ora in piedi dentro un vagone lercio della metro, schiacciata da ogni lato da persone sconosciute e sporche. Era spaventata, perché quegli africani che la stavano guardando, anzi puntando, da quando era salita, l’avevano inquietata e innervosita.

Ed era umiliata, perché quel delinquente l’aveva molestata sessualmente.

Ed era imbarazzata e si vergognava perché quella donna le stava facendo i conti in tasca e praticamente tutti, su quel vagone guardavano i suoi stivali da duemila dollari, e la borsetta, una sacca a tracolla che ne costava  almeno il doppio.

E le buste, con quei nomi e quei loghi conosciuti da tutti.

Che stupida, non si doveva, non si poteva, non si doveva rischiare, assolutamente, mai. Prendere la metropolitana con quelle buste in mano, con quegli stivali, e quella borsa, stupida che era stata, fuckin’ stupid bitch.

Valerio però voleva sentire il resto, c’era qualcos’altro. Lei doveva raccontare, e poi avrebbero scopato, e sarebbe stato solo l’inizio. Quella notte sarebbe andato dalla sua negra, a metterglielo nel culo, a strizzarle le tette, a sporcarla col suo seme e i suoi soldi. E poi si sarebbe placato per un po’, succedeva così.

Forse il senso di colpa, la trasgressione, il proibito, gli permettevano di tornare poi da Julia e starci quasi bene, apprezzarne la classe, l’estro bizzarro, l’eleganza, l’egoismo, il suo corpo perfetto, il profumo di mele candite e zucchero filato, la sua fica stretta e liscia, e bianca, come una bambola di porcellana.

«Continua» le disse, guardandola negli occhi

Lei si rese conto che lui la voleva, e forse anche lei lo voleva. Nessuno di loro avrebbe dato qualcosa, erano passati quei tempi, se mai li avevano vissuti e non erano stati piuttosto un carnevale, una festa in maschera, dove tutto sembra quello che non è.  

Nessuno avrebbe detto niente, nè bugie nè verità.

– Niente – disse lei, guardandolo a sua volta, come a sfidarlo a leggerle dentro.

Poi cedette, perché lui non le avrebbe dato la soddisfazione di insistere e lei avrebbe avuto un’altra stanza dove stare sola, perché lei aveva chiuso una porta, e lui non l’aveva voluta aprire.

«A Furio Camillo sono saliti dei ragazzini, maschi, femmine, un caos, sembrava l’inferno, non si capiva niente, dove andavano, cosa dicevano…»

Lui ascoltava con attenzione, guardando le labbra morbide della sua bella fidanzata americana.

«Mi si sono messi intorno, non si respirava eravamo tutti schiacciati … mi guardavano, avranno avuto dodici anni … ma è possibile che siano già così?? A quella età??»

«Così come?»

«Così … così …»

«Come …? Come?!»

«Così, così … così bastardi!…my God… so little bastards» scoppiò a piangere. Fu come un’esplosione. 

Lui rimase perplesso, ma non si alzò né le si avvicinò. Ebbe per un attimo il pensiero che lei fosse incinta. Fu una specie di intuizione, che gli si presentò all’improvviso. In effetti non ricordava di averla sentita lamentarsi, come al suo solito, da un bel pezzo. Non ci aveva fatto caso lui, o le mestruazioni erano state meno fastidiose, quel mese?

Magari era incinta, quella stupida s’era fatta farcire. Cazzo. Sentì la collera montargli dentro, ma non voleva ancora considerare razionalmente quella possibilità.

Intanto Julia singhiozzava come una ragazzina. Piangeva e piangeva, gli occhi s’erano gonfiati e le lacrime scorrevano abbondanti sulle guance arrossate. Il suo naso delicato, così difforme dagli stupidi cliché sugli ebrei americani di Balthimore, si era caricato di muco e lei si ritrovò seduta, accasciata sul costoso divano portoghese, senza forze, con il petto squassato da singhiozzi così forti come non aveva mai più avuto dalla morte dei genitori, quando era soltanto una ragazzina. Ecco, singhiozzava come aveva fatto da bambina quando all’improvviso le avevano detto che era rimasta sola.

«Juli» le stava intanto dicendo il suo uomo.

Lei si stupì di sentirsi chiamare ancora così, lui non lo faceva quasi più. Lui la chiamava, quando era nervoso o infastidito, con il nome per intero, con il tono di chi riprende una bambina disubbidiente.

E lei non lo chiamava mai, semplicemente. Lo aveva privato, per ripicca, del suo nome. Con gli altri lo chiamava per cognome e alla maggior parte sembrava una cosa spiritosa, e intima, ma chi li aveva conosciuti all’inizio, lo sapeva bene che le cose non andavano.

Lei smise per un attimo di singhiozzare, si asciugò le guance ed il naso con un unico gesto aggraziato della mano, che come i bambini sfregò sulla maglia di Dior, e alzò il viso, piena di speranza, aspettandosi parole di conforto, un abbraccio forse, visto che lui si era alzato.

«Sei incinta?» chiese allora. 

Lei restò per un lungo istante completamente spiazzata, incapace di capire il senso, quello immediato e quello più profondo, di una domanda del genere. Poi si ricompose e realizzò che era tutto finito, decise in quel momento che era tutto finito.

«No» sussurrò «fortunatamente, no, non sono incinta. Sono solo un po’ scossa, vado a farmi una doccia.»

Aveva volutamente calcato l’enfasi sul “fortunatamente”, per ferirlo.

Valerio si sentiva uno stupido, non era solito fallire un attacco in maniera così pedestre.

Reagì con un sorriso tiratissimo, che era più una smorfia di dolore. 

«Bene …»

disse a voce bassa, mentre realizzava come la distanza fra i pianeti Marte e Venere fosse comunque misurabile, per quanto grande, e loro due fossero invece i poli opposti di un universo infinito.

Lei fuggì, quasi, dalla sala, per rifugiarsi nelle sue stanze.

La prospettiva del sesso, che fino a poco prima aveva aleggiato fra di loro, per Julia si era completamente dissolta.

Lui restò preda della frustrazione.

La sua, di prospettiva, si era frantumata più che dissolta, e raccolte le briciole, le rimise insieme per darsi un po’ di piacere. Si masturbò sul suo divano, pensando a come gli sarebbe piaciuto fottersi Julia e la sua negra insieme.

Eiaculò nel palmo della mano sinistra, per non macchiare il tappeto.

***

Julia intanto aveva chiuso a chiave la camera da letto, poi la porta del bagno. Si era infilata dentro la doccia ed era rimasta un’ora quasi, sotto i dieci getti d’acqua caldissima. 

La stanza da bagno era molto grande e arredata con gusto eccentrico. Adorava l’intimità esclusiva di quella stanza, ultimamente ci passava delle ore. Aveva pianto ancora. Poi si era finalmente calmata e ricomposta, rigenerata dalla doccia e dalle nuove decisioni prese. Fece un paio di telefonate, una lunga ed una corta. Poi si preparò un drink leggero, direttamente dal mobile bar della camera. Sedette alla finestra a guardare l’imminente autunno romano e fumare un po’. Si fece un altro drink, più robusto questa volta e ripensò per un attimo a quei ragazzini, quelli delle scuole medie, che erano saliti sul vagone a Furio Camillo, quasi alla fine del suo viaggio in metropolitana.

Come li aveva definiti? Non ricordava più. Lo scambio del pomeriggio con quel bastardo le sembrava così lontano adesso. L’alcol comunque la stava riscaldando e consolando, come e più dell’acqua bollente. 

Mostri. Quello erano.

Erano saliti in gruppo, maschi e femmine, indistinguibili. Avevano iniziato a guardarla fisso, a guardare le sue buste, a pesarla letteralmente con gli occhi. A spogliarla. Una di loro, ce l’aveva quasi addosso, aveva iniziato a criticarla e prenderla in giro. La guardava e le sorrideva, come si farebbe con una stupida, una minorata mentale. O come fanno certi italiani con certi stranieri, convinti che non capiscano la lingua. 

«Questa scommetto che la dà a tutti, la butta via, se la sbattono in cinquanta, guarda qua che stivali»

Lei l’aveva guardata, e ancora una volta si era presa un cenno di sfida. Un milione di anni prima, quando si sentiva forte, quando la sua relazione le dava il coraggio, avrebbe dato due ceffoni a una piccola impertinente come quella.

Mentre ricordava quello che era successo sulla metro, un pensiero interruppe il silenzioso corso del suo monologo interiore.

“Chiudi gli occhi” si sorprese a pensare.

Ma non aveva senso, era una delle tante frasi fantasma che il nostro cervello giornalmente ci propina, per stanchezza o confusione, magari con la voce di un genitore, o di un coniuge.

Sembrava la voce di sua madre in effetti. Peccato che non l’avesse mai sentita parlare in italiano.

Si impose di pensare ad altro. Continuò a bere, controvoglia. 

L’alcool le causò dapprima una leggera euforia, poi torpore e sonnolenza. Beveva e pensava al futuro. E intanto guardava fuori. Vedeva il pomeriggio inoltrarsi nella sera, l’azzurro diventare rosa e rosso e viola. E quel profumo nell’aria.

Pianificava, simulava nella testa, cercava di vedere un nuovo futuro, un futuro diverso. 

Si addormentò sul letto, soffice e profumato, dentro la sua bella camera da trentamila dollari, uno schiaffo in piena faccia a tutti i passeggeri della metro romana, pensò con una punta di dispetto. Quando fosse tornata a casa, andata via da lì, ne avrebbe comprato una uguale.

Pensò ai suoi morbidi stivali in pelle scamosciata, un pensiero che la confortò, proprio un attimo prima di piombare da Morfeo.

Quella sera fece un sogno.

Nella città eterna, a Roma, erano quasi le venti, ma nel suo sogno non c’erano orari.

Si trovò in un grande cortile. Sembrava quello di un ospedale.

C’erano tante persone in file più o meno disordinate.

Alcuni erano nudi.

Era convinta, non sapeva come, che i suoi genitori fossero nei dintorni.

Li cercò con gli occhi, senza muoversi troppo.

Aveva paura. Loro erano morti di incidente quando era poco più che una bambina.

Sì ritrovò in mano un biglietto.

Un pezzo di carta a quadretti, come quella dei quaderni dei bambini.

C’era un numero scarabocchiato a penna, 2727, con un cancelletto davanti. #2727 e un asterisco alla fine, o forse era solo un pasticcio senza senso.

#2727*

Con quello in mano si avvicinò ad una donna, una bella donna con i capelli corti e neri che aveva in viso una espressione dura, che le rispose con voce severa. 

«tu, per la visita urologica devi andare là» indicando un ingresso lontano

«chi te l’ha detto che visita devo fare?»

«muoviti, non c’è tempo» girandosi verso la fila di persone, tra le quali riconobbe la coppia di africani della metro. Avevano tanti riccioli di legno ai loro piedi.

C’erano anche tutti i ragazzini che l’avevano offesa.

Nessuno parlava con gli altri, ognuno sembrava perso dentro i propri pensieri.

Sembravano malati. Quando uno è malato, smette di pensare al prossimo.

Smette di ridere degli altri, e inizia a compatire sé stesso.

Si ritrovò in un attimo all’ingresso di quello che pensava fosse un moderno padiglione ospedaliero.

Entrata dentro, era invece davanti ad un bancone di cucina da strada, o qualcosa che gli somigliava. C’era una signora che chiedeva al cuoco sudamericano ed alla moglie un’invitante grigliata mista di calamari e gamberoni.

Il tipo, una brutta grinta, tirava fuori pezzi assurdi, lunghi venti o trenta centimetri.

Le era venuta fame. Aspettò il turno e chiese una bistecca.  Ma non era la benvenuta.

Subito le si fecero sotto due ragazzi, sul tipo dei delinquenti brasiliani, o l’idea che aveva lei dei delinquenti brasiliani dentro sogni romani, conciati come aiuto cuochi.

Il padrone la guardava storto.

«non ho niente, solo palpebre.»

Aveva detto palpebre. Non aveva senso, ma lei decise di insistere.

«ne voglio due piatti. Uno al sangue, uno cottura media.»

In realtà aveva esagerato volutamente. Una porzione sarebbe stata più che sufficiente. Stava rilanciando, per vedere dove si sarebbe arrivati. Eppure non aveva mai giocato a carte, né era consapevole di farlo.

Il cuoco sorrise.

Si ritrovò allora in un bancone diverso, che era accanto a quell’altro.

Mentre guardava una bistecca sulla piastra, grondante sangue, uno dei due aiuto cuochi iniziò a frugarle sgarbatamente le tasche dei jeans,

mentre il cuoco, con la faccia da tagliagole

la guardava dritto in faccia e le diceva:

«Chiudi gli occhi.»

«what a fuck…! Che cazzo stai facendo» esclamò Juli rivolta al ragazzo, col suo peggiore accento Bawlmerese, o Italobaallmm, come lo chiamava Valerio.

Valerio.

Si svegliò.

Ce l’aveva sopra. Puzzava di alcol, di profumi dozzinali cinesi e  di spezie africane. Puzzava di negro. Non sudamericano. Non afroamericano. Puzzava di nero africano mangiacuminoecurcuma. Puzzava di prostitute, nei viali e nelle pinete di Roma. Puzzava di metro, A e B.

Brutto bastardo, bastardissimo figlio di puttana.

Ma era tutta bagnata? Lo voleva? Voleva scopare, dal pomeriggio. Voleva essere scopata. Si odiava. Ma lo voleva, o forse lo avrebbe voluto.

Voleva quell’odore addosso? Voleva godere, anche se non avrebbe voluto volerlo, in quel momento. Dio, si sentiva così …. colpevole.

Era confusa. Provò a liberarsi, a sottrarsi, ma lui non l’avrebbe lasciata. Com’era entrato in camera? Era sicura di aver chiuso a chiave.

Intanto lottavano. Lei non si lasciò sfuggire una sola parola. Aveva paura di dirgli di smetterla, di chiederglielo.

Perché credeva, sapeva, che lui non l’avrebbe ascoltata, non nelle condizioni in cui era. 

Ma com’era possibile che fosse riuscito a entrare? Aveva rotto la porta?

Le fece male.

E forse le stava anche trasmettendo qualcosa, perché era stato con una o due di quelle là. Gli sentiva l’odore addosso.

Alla fine aveva smesso di resistere, anche lei, come la porta. Ma l’aveva chiusa davvero?

Si fece baciare, e leccare, e penetrare da quel misto di Africa e Italia.

«sei una puttana! Dillo! Puttana!»

Lei pensava di esserlo, e rivide in un flash la ragazzina della metro.

«è una puttana – aveva detto ridendo con disprezzo  – una puttana con gli stivali, la vedete?»

E tutti si erano messi a ridere, canzonandola.

«sono una puttana» mormorò

Lui venne dentro di lei, con sussulti violenti.

Poi si ritirò, in silenzio, e uscì dalla stanza, assurdamente in punta di piedi, accostando la porta senza fare rumore, come se non volesse svegliare qualcuno che riposava. Come se non volesse farsi sentire.

Julia iniziò a piangere, e lo fece a lungo, a singhiozzi e lamenti, come un animale ferito a morte.

I giorni successivi non si parlarono, né si guardarono in faccia, se non per sbaglio e dopo una settimana Julia era andata via.

Era partita di domenica, con un volo Alitalia AZ618. Aveva imbarcato alle nove del mattino a Fiumicino ed era atterrata al Dulles International di Washington alle 13.30 ora locale.

Aveva inseguito il sole per tutta la giornata, e adesso che era finalmente a casa, dopo dodici ore di viaggio, ancora le sembrava che quella domenica di Settembre non dovesse finire mai più.

Chiuse gli occhi.

FINE

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il Temerario

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1.

Il Temerario è colui che sfida il grande soffio che muove le cose. Il Temerario respira nel cielo livido. Il Temerario è il Perfetto, l’Eletto, quello che comanda le genti e misura la Terra. Il Temerario è colui che prima delle piogge ingravida le femmine, perché custodiscano la vita fino al nuovo anno. Il Temerario è il dio disceso in terra per portare l’ordine e la pace. Per questo egli è anche il signore della morte e della guerra. Perché non c’è riposo senza lo sforzo, non c’è la luce senza l’oscurità, non c’è la vita senza il sangue.

Il Temerario nasce uomo e da uomo muore, ma vive come un dio, per cui il suo ricordo non si estingue. Il Temerario viene scelto dal cielo e dal mare tra tutte le creature che hanno il cuore come la schiuma bianca e lo scoglio affilato. Il Temerario si compiace del dolore e si beffa della morte, comanda il lupo e l’orso, e l’aquila possente. Sottomette gli uomini alla sua volontà, e sé stesso al capriccio divino.

Ma prima. Prima deve camminare sull’acqua salata, e deve essere più leggero dell’onda.

2.

La Terra che abitiamo non si fa calpestare con facilità, o senza chiedere qualcosa in cambio. È la nostra terra? La nostra casa? È diversa dalla terra dalla quale proveniamo. I nostri padri avevano seguito il nascere del sole. I nostri padri avevano percorso sentieri d’acqua e liquide vie. I nostri padri erano quasi morti nel mare salato, e poi, stremati, erano arrivati.

Noi siamo nati qui, e questa è la nostra casa adesso. Ma anche dove muore il sole c’è la nostra casa, quella dei nostri padri. Siamo il Popolo delle due case, così ci chiamiamo, così ci conoscono gli altri. Conoscono i nostri vasi, conoscono le nostre danze, conoscono i nostri canti, conoscono le nostre Mura possenti che difendono il rame rosso fiammante e il verde lucente della nostra arte e dei nostri fuochi. Conoscono la nostra grande forza e più di tutto conoscono i giunchi sui quali corriamo nell’acqua. Per questo ci hanno accolti sulla grande Isola.

Questa terra è dolce e feroce come la lupa quando ha fatto i cuccioli. Il sole ci scalda di continuo e fa crescere sempre abbondanti i frutti saporiti e succosi. La pioggia bagna le nostre femmine e le case, che non si seccano mai, e le acque sono ricche di cibo. La terra ci dona il superbo metallo rosso e verde e il vento degli iperborei non fa spegnere la fiamma alta. E quando il soffio agita le acque, noi voliamo sulle onde ringhianti di bava, e i morsi e le unghiate non frenano la letizia nei cuori ma l’aumentano, e non c’è morte ma solo vento, e sale, e mare.

3.

La grande Isola ci accoglie e ci protegge. A noi il compito di controllare l’equilibrio. L’equilibrio è quando posi una pietra sopra un’altra. È giusto che la pietra resti posata, perché è così che costruiamo le mura. E gli uomini sono come le pietre, e i popoli sono come i muri. Se c’è equilibrio nessuno resta a terra, se c’è equilibrio tutti guardano il sole e ascoltano il vento che agita le fronde del grande albero. Gli sciamani, nostri maestri, ci dicono quando l’equilibrio si è spezzato. Agli sciamani lo dicono la terra e gli dei. E gli occhi grandi, e umidi, che hanno.

Quando la pioggia è troppa, o nulla, quando il gelo toglie la vita appena nata o il sole la secca senza pietà. Quando i cuccioli non arrivano alla luce, o si spengono presto. Quando il vicino diventa nemico. Quando l’amico vuole più di quello che gli dai. Quando il tuono scuote la terra e i fiumi di fuoco la bruciano a perdita d’occhio.

Allora, le pietre parlanti dello sciamano Shao-lah cessano il loro canto e producono uno stridore, come un lamento, e lui osserva una luna intera di silenzio.

Se il silenzio dei maestri non riporta l’equilibrio, tutti gli uomini osservano una luna intera di silenzio. Se il silenzio degli uomini non riporta l’equilibrio, anche tutte le femmine osservano una luna intera di silenzio. Se la voce dei bambini, soli a parlare, non riporta l’equilibrio, tutti cantano per una intera luna, perché è arrivato il momento di scegliere il Temerario. Si aspetta il vento, dalla grande notte, che gonfi il mare, per due soli. Il terzo sole si entra in acqua e si cavalcano le onde. Fino a quando il Temerario entra dentro un uomo. E lui sarà l’unico che saprà riportare l’equilibrio.

Così funziona sulla grande Isola.

4.

Chen-tso oramai non parlava da tre lune. Essendo discepolo sciamano, suo malgrado, il maestro Shao-lah lo aveva silenziato per primo, insieme a sé stesso. Potevano parlare soltanto una volta al giorno, per un tempo breve, che lui pensava bene di ridurre al minimo andando a nascondersi nelle fitte pinete davanti al mare, o nei buchi scavati fra gli intricati cespugli delle dune. Lo sciamano passava molto del proprio tempo a cercarlo, e quando lo trovava, certe volte si limitava a guardarlo con disprezzo misto a compatimento, altre volte lo percuoteva con forza sul corpo giovane e muscoloso.

Chen-tso era rimasto molto presto orfano dei genitori. Il vecchio se l’era preso e l’aveva allevato per farne il suo successore, ma tante volte negli anni si era dato dello stupido per avere scelto un ragazzo così poco adatto. Ma i segnali sacri erano inequivocabili, e c’erano i sogni, mandati dallo Spirito, che lo indicavano chiaramente.

Chen-tso non voleva diventare un noioso sciamano, come il vecchio. Non voleva vivere ai margini, ascoltare le voci, risolvere problemi, curare le persone. E soprattutto, non voleva sequestrare un bambino per farne il suo successore.

Chen-tso voleva ridere, e correre, e battersi. Voleva accoppiarsi e fare cuccioli. Voleva andare a caccia e cuocere la carne al fuoco, e fare il vino con i frutti che la terra gli donava. Voleva vivere.

Ma più di tutto voleva cavalcare le onde sul giunco.

A questo proposito, tutto il silenzio di quei giorni lo aveva ispirato. Ogni volta che montava sui giunchi, gli sembrava di andare lento come la tartaruga o come una chiocciola strisciante. Con il suo cuore avrebbe volato sulle onde di schiuma, sul muggito possente del mare. Ma il giunco non andava come voleva lui.

Non andava. Allora si disprezzava, perché non era in grado di godere di quello che aveva, e perché le sue parole offendevano la sacralità delle cose. Non avrebbe voluto, non avrebbe dovuto.

Ma il giunco, tanto, non andava comunque.

5.

Lo sciamano camminava da lungo tempo sotto il cielo. In silenzio, e in meditazione. Riusciva a camminare e sopravvivere senza pensare a niente. Senza inciampare nella pietra, senza bagnarsi nella pozza d’acqua sporca, senza curarsi del cinghiale aggressivo, senza turbare il cerbiatto. Camminava nel vuoto assoluto della propria mente e quello che vedeva era una luce diffusa che proveniva dall’aura degli esseri viventi. Non lo tremava il freddo della notte né lo spossava il sole feroce dello zenit. Il maestro cercava ormai da tre lune la soluzione ad una grande crisi. Si era imposto il silenzio. L’aveva imposto alla tribù. A breve si sarebbe dovuto scegliere un Temerario. Ogni volta che ci pensava gli veniva in mente il suo difficile allievo. Perché Chen-tso non si concentrava sulle cose importanti, e ultimamente lo aveva trovato, se possibile, più disinteressato del solito rispetto alla preparazione da sciamano, e assorto in un pensiero fisso che però non era stato in grado di scoprirgli.

Finalmente, nel cuore della pineta, avvistó il bel colore oro e azzurro dell’aura del suo difficile allievo, come ormai l’aveva intimamente soprannominato. L’aveva individuata come per caso, o per fatalità e, sebbene sin dal giorno prima lo volesse trovare, si fermó a distanza e si sedette con la schiena dritta come il sacro albero, incrociando le gambe sotto di sé e abbandonando le braccia e le mani sul grembo. Respirava lentamente. Era al quinto giorno di digiuno e si sentiva benedetto e santo.

6.

Chen-tso aveva pensato ad una cosa. Un cambiamento. Aveva raccolto sulla sabbia un osso di seppia. Insolitamente grande. Lungo quanto un braccio quasi. Era appuntito. Era affilato. Lo aveva raccolto e tenuto in mano per lungo tempo. Lo aveva osservato da tutti i lati meno uno, quello proibito. A dire la verità, l’aveva guardato velocemente anche nell’ultimo lato. Del resto, era un giovane sciamano, quando gli conveniva. C’erano dei vantaggi rispetto agli altri uomini.

Anche se Chen-tso credeva che la libertà fosse una conseguenza della volontà e non il contrario. Shao-lah gli aveva detto che questo era vero, ma solo per gli sciamani e per gli spiriti malvagi notturni. E aveva aggiunto che questo pensiero viveva in lui perché lui sarebbe diventato un uomo della medicina, anzi era già uno sciamano. Doveva soltanto accettarlo e comportarsi di conseguenza.

“Di conseguenza”, non prevedeva il cambiare i rituali, neanche un grande sciamano poteva, figurarsi un apprendista poco diligente, com’era lui.

Quello che voleva fare, il cambiamento, non era una cosa da poco. Voleva abbandonare il giunco sacro, così lento.

Voleva costruire una tavola. Come un osso di seppia, che sembrava una cosa da niente e invece poteva diventare tutto.

7.

Chen-tso si applicava ormai da qualche tempo alla fabbricazione della sua nuova tavola. Aveva scelto un grande albero, che aveva tagliato e lavorato senza sosta, con la selce, con l’ossidiana, con il rame, con il fuoco. Con le unghie e con i denti, quasi. Ne aveva ottenuto una specie di grande osso di seppia, l’aveva allisciato, aveva alleggerito il fondo intagliando delle profonde scanalature longitudinali. Aveva rinforzato la punta con una sagoma di metallo rosso lucido, aveva inserito delle lame sottili sotto il retro. L’aveva impregnata di resine per non farla gonfiare dall’acqua salata. L’aveva dipinta con l’ocra rossa e con quella gialla. L’aveva decorata con il pugnale sacro e con l’uomo a testa in giù, che proteggeva dalla furia delle onde.

Questa era la sua seconda. La prima l’aveva costruita unendo due metà lavorate separatamente, incastrate, incollate e legate insieme molto strettamente. Era stato felicissimo di quella sua prima opera. E poi incredulo e furioso quando l’aveva trovata completamente distrutta. A pezzi, danneggiata irreparabilmente dai colpi di ascia dello sciamano Shao-lah.

Quando l’aveva colto nell’atto di distruggere la sua tavola, il suo sogno, allora lo aveva aggredito.

Lo voleva uccidere. Voleva stringere le sue mani, giovani, forti, terribili, intorno al collo misero di quell’uomo che da sempre gli aveva causato infinite sofferenze. Ma lo sciamano, velocissimo, si era scostato di lato e attaccando a sua volta lo aveva picchiato usando la testa di quella sua stessa ascia, con la medesima forza che aveva distrutto il legno.

– Sciocco! –  aveva tuonato – Se vuoi insultare la nostra tradizione e le nostre leggi, fallo bene. Credi che il mare con le sue onde possa essere più debole di me, con questa ascia? Credi che un uomo possa unire due cose separate e che gli dei lo permettano a lungo? Quando sarai uno, sarai intero. Se sei due o tre, sarai come questa cosa che hai costruito invano. Sarai in terra, in cento pezzi.

Detto questo gli si era avvicinato e aveva continuato a picchiarlo. Prima di andarsene aveva aggiunto:

– Tu eri uno, e uno sei rimasto, sotto i miei colpi, forti come le onde del mare.

Chen-tso allora aveva capito. Doveva costruire la tavola in un pezzo unico.

Poi aveva iniziato a piangere.

8.

La crisi aveva ormai ridotto al silenzio tutta la tribù. Anche ai bambini era proibito parlare. I più piccoli portavano dei bavagli e, inconsapevoli di tutto, si erano rassegnati a lamentarsi con gli occhi.

Il mare però continuava a restare piatto, lo Spirito non voleva ancora scegliere il Temerario. Il cielo restava sordo alle preghiere dello sciamano. Il vento aveva deciso di soffiare altrove. Il nemico continuava a imperversare e vincere. Il cibo a scarseggiare. La salute ad ammalarsi. La ricchezza a impoverire. La vita, a morire.

Chen-tso era guarito dalle ferite inflittegli dal suo maestro, e aveva messo in pratica quegli insegnamenti. Aveva costruito una tavola per tagliare le onde, per volare anzi, per essere un’onda in mezzo alle onde. Disgraziatamente però, mancavano le onde. Chen-tso aveva provato a mettere in acqua il suo legno. Galleggiava alla perfezione. Teneva il mare da sotto e teneva un uomo da sopra. Il vecchio aveva detto bene. Per qualche tempo, comunque, non si erano più visti, né cercati, dopo quell’ultimo scontro.

Tanti anni prima, i genitori di Chen-tso erano morti. Allora il clan l’aveva tenuto, ma non a lungo. Lo sciamano l’aveva voluto, e se l’era preso per istruirlo. L’aveva sfamato, poco. L’aveva accudito, male. L’aveva cresciuto, e indurito, e frustrato. L’aveva introdotto ai misteri, l’aveva presentato allo Spirito. Gli aveva insegnato a guardare, gli aveva insegnato a vedere. A pregare, a curare, a sognare e a cambiare le cose.

Ma a lui di tutto questo non importava. Aveva voluto una madre, aveva voluto un padre. Invece aveva avuto un vecchio bastardo. Aveva voluto amore, aveva voluto calore, ma aveva avuto la durezza della pietra, il tormento della pioggia, e le artigliate del sole feroce.

Di notte, sognava la madre. Parlava con lei. Era una donna tormentata, morta presto, morta male, di paura e di dolore anche. Una giovane donna che aveva dovuto abbandonare il suo bambino di pochi anni, e il suo uomo, morto come lei, ma non con lei. Ancora lo cercava, nei sogni di Chen-tso. E a lui invece, bambino mio, gli diceva. Anche se ormai il bambino era un uomo, ed aveva fatto più strada di lei, nel mondo. Chen-tso era più grande di quanto lei era mai stata.

Eppure, bambino mio, lo chiamava ancora.

9.

E così, il giorno era arrivato. Il vento aveva gonfiato il mare. Il mare aveva bagnato il cielo. Il cielo aveva coperto la terra. La terra aveva sospirato e riso, perché presto avrebbe avuto nutrimento. Altre carni, e sangue, e ossa candide spezzate, e midolla gialle e brune, grasse e sapide.

E così, era stato in una nuvola, grigia di nebbia e bianca di schiuma, che cento temerari, perché erano incoscienti e pensavano di essere immortali, si misero in acqua a cavalcare le onde.

In silenzio, come erano da molte lune ormai. E in silenzio tutti gli altri avevano guardato. Guardato e visto uomini cadere, fallire, morire, in certi casi.

Sopra i patetici giunchi, colpiti e spezzati dall’onda rabbiosa. Soffocati dal sale, prigionieri della schiuma.

Chen-tso aveva preso il mare con la sua tavola, e dentro di sè sentiva più tempesta di quella che vedeva con gli occhi intorno a sé. Il suo stomaco e il suo cuore si incontravano di continuo e precipitavano insieme nel basso ventre, che era digiuno da un giorno intero. Sentiva addosso gli sguardi di tutti, così come sentiva l’acqua salata e la pioggia e il vento sferzante.

Pensò per un attimo all’ultimo viaggio cha aveva fatto con il vecchio, qualche tempo prima.

**

10.

Qualche tempo prima, il vecchio lo aveva spontaneamente accompagnato nelle coste a occidente, dove il mare infuriava di continuo, e dove Chen-tso voleva impratichirsi nell’uso della sua tavola.

Lo sciamano Shao-lah era stato di malumore per gran parte del cammino, e quindi erano stati in silenzio per tutto il tempo, ognuno perso nei propri pensieri.

Il vecchio  probabilmente presentiva che il suo discepolo gli stava sfuggendo, si rendeva conto che molto presto non avrebbe più potuto comandarlo e dirigerlo, e questo lo costringeva quasi a stargli ancora più vicino, per vedere cosa sarebbe successo.

Chen-tso riusciva a capire tutto il sottinteso, ma capiva anche di essere finalmente libero e non provava vergogna per il fatto che le aspettative del suo vecchio maestro, che amava molto, senza dubbio, venissero da lui tradite.

Si rendeva conto, per la prima volta e molto chiaramente, che la sua volontà era più forte della volontà di qualunque altra persona, fosse essa un potente sciamano, un forte guerriero, o lo stesso infinito mare.

Quando poi si era trattato di entrare nelle acque perennemente agitate della costa a occidente, tutti i pensieri di Chen-tso erano come svaniti, si erano fatti polvere e la prima onda che lo aveva colpito in viso li aveva dispersi.

Il vecchio era rimasto completamente stordito dalla bellezza e dalla bravura che Chen-tso mostrava sulla sua tavola. Aveva realizzato in un attimo di avere davanti qualcosa di nuovo e di talmente perfetto da essere una pura rappresentazione della grazia dello Spirito. Si chiese come e perché i giunchi sacri avrebbero potuto o dovuto continuare a esistere, ora che il ragazzo aveva evidentemente realizzato le volontà del Cielo e della Terra.

Forse era questa la missione di Chen-tso. Forse erano questi i sogni che lui faceva da sempre sul ragazzo. Forse erano le tavole che dovevano cambiare le sorti di quella terra e di quella gente, e ciò nonostante non riusciva a dare soddisfazione a quell’idea nuova, non riusciva a fare un passo indietro, non riusciva a togliere sé stesso, e la sua presunzione, dalla storia del mondo.

11.

Dopo un’intera giornata in mare sulla sua nuova tavola, Chen-tso si era finalmente fermato ed era crollato esausto sulla sabbia umida, di color giallo carico, con il giovane corpo muscoloso che molto tremava.

Il vecchio Shao-lah aveva catturato una grossa tartaruga. Aveva aspettato che defecasse, poi l’aveva cucinata con la brace dentro il suo stesso guscio, in spiaggia. Adesso la stavano mangiando, chiacchierando in pace, e bevevano il succo di ciliegia fermentato l’anno prima, mischiato con un poco di acqua.

Il vino cambiava le cose, certe volte. Certe volte anche le persone. Certe volte in meglio. Parlarono.

– Vecchio, abbiamo mangiato molto, ed è proibito. Abbiamo anche bevuto, e ancora beviamo, ed è proibito. Parliamo continuamente, come se non ci fosse il divieto, ed è proibito. Gli dei non saranno contenti di noi.

Chen-tso parlava lentamente, a voce bassa, come se non volesse farsi sentire. Si accarezzava ipnoticamente una guancia mentre fissava lo sguardo sul fuoco.

– Il grande Spirito capisce ogni cosa, ragazzo. Capisce quello che è proibito e capisce quello che è concesso. E anche noi, mi pare, vero?

Lo sciamano parlava senza filtri, né calcolo. La bellezza di quella giornata lo aveva reso felice e loquace, quasi. Sorrideva, per una volta, delle cose comuni. Un arrosto, un fuoco sulla spiaggia, un buon bicchiere, un amico, forse. Ma Chen-tso non capiva, il vecchio era molto diverso dal solito, migliore per certi versi, più vivo, più vero. Questa constatazione lo risvegliò dal torpore e dall’ipnosi del fuoco e del vino e lo rese più attento al discorso.

12.

Chen-tso e il vecchio Shao-lah parlavano di cose importanti. Il ragazzo faceva fatica a seguire le risposte del vecchio, che sembrava diverso dal suo solito, meno austero e criptico, ma anche abbastanza svagato.

– Maestro, è il grande Spirito a imporre l’uno e l’altro?

– Cosa? L’uno e l’altro cosa, ragazzo?

– Quello che è proibito e quello che è concesso…

– Ah – si era distratto. Lo sciamano Shao-lah riflettè un istante. Senza dubbio egli conosceva molte verità, perché aveva molto vissuto, molto pensato, molto viaggiato, in molti mondi.

– Il grande Spirito è volontà, Chen-tso. La volontà è potere. Il potere è obbedienza. L’obbedienza è equilibrio.

Si fermò un istante a riflettere ancora, poi riprese.

– Il grande Spirito parla con la voce degli uomini. Il grande Spirito è proprio quell’uomo, quello saggio, con la volontà più forte. Quello che mantiene l’equilibrio.

Chen-tso coglieva alcune semplici implicazioni di questo strano dialogo.

– Vuoi dire che non ci sono regole? – chiese tutto a un tratto, dopo qualche tempo di silenzio.

– Voglio dire che le regole possono cambiare. Continuamente. Perché tale è la natura delle cose, degli uomini, dello Spirito. Le regole possono cambiare, devono cambiare forse, ma non ci può essere assenza di regole. Quella sarebbe la fine.

– Ma noi parliamo, e mangiamo in quantità. Questo non è permesso.

– La volontà lo permette. Lo Spirito è libero, e così l’uomo.

– E le regole allora?

– Non hai capito, quindi? Quelle, Chen-tso, servono solo per governare. Per vivere basterebbe una sola regola.

Il giovane non chiese quale fosse, decise di pensarci su da solo, prima.

Dopo che ebbero digerito il pasto, danzarono le danze sacre, e cantarono, e suonarono i piccoli strumenti magici, intorno al fuoco che avevano tenuto molto alto.

Poi si addormentarono.

13.

Quella notte il sonno, a causa della grande spossatezza di quei giorni, del viaggio, delle danze, e forse del vino di ciliege, era arrivato tutto d’un tratto, e con passo pesante.

In sogno, Chen-tso  si sentì trasportato di peso, come da una fredda e schiumosa onda, in una grande grotta, dalle pareti alte e scure. L’apertura che consentiva l’ingresso era piuttosto ampia e mostrava all’esterno una spiaggia di ciottoli bianchi sotto una luna che sembrava troppo grande. Il vento del nord muggiva e agitava il mare, senza sosta. Come gli occhi si furono abituati alla danzante penombra e le membra smisero di tremare dal freddo, davanti a un misero fuocherello, Chen-tso riconobbe a qualche metro il vecchio sciamano e alla stessa distanza la sagoma della donna che lo aveva messo al mondo. L’aveva sognata altre volte. Bambino mio, lo chiamava sempre.

– Shao-la – ringhiò quasi, lei – ti trovo, finalmente

– Sono qui Tah-lah – cosa ti turba? Non hai mai più trovato riposo, da allora?

– E come avrei potuto, siamo stati uccisi senza un motivo e io ho dovuto lasciare il mio bambino.

– SONO QUI, MADRE! – provó a gridare Chen-tso.

Lei sembrava non sentire. Il vecchio Shao-lah invece lo guardò un attimo, poi lo ignorò deliberatamente e rivolse nuovamente la propria attenzione alla donna.

– Farò delle preghiere. Per farti tornare alla Fonte – diceva intanto lo sciamano, che sembrava perfettamente a proprio agio.

– Non mi servono le tue preghiere, vecchio. Devi fare solo una cosa.

– Che cosa vuoi? – chiese allora bruscamente.

Evidentemente la donna non aveva intenzione di essere gentile, e in quella dimensione onirica lui era in parte vulnerabile, per cui non era il caso di mostrarsi debole.

Chen-tso assisteva come impietrito. Avrebbe voluto parlare, avvicinarsi, ma non riusciva a muovere un passo, né a pronunciare un lamento. Era solo uno spettatore.

– Lascialo

– No, perché mai. Gli ho dato molto, tutto. Non posso

– Lo farai

Lo prese per mano, e lo sciamano non si oppose. Si avviarono verso il fondo della grotta passandogli attraverso. Sentì l’amore della madre, rovente, come la determinazione che aveva, e sentì la paura del maestro, dissimulata e nascosta come sotto un blocco di ghiaccio, che altro non è che acqua gelida, ma dagli spigoli molto affilati.

14.

Passò molto tempo prima che qualcuno facesse ritorno. Chen-tso riconobbe un’unica figura che si avvicinava dal fondo della grotta. Era la madre. Sola.

Gli si fece incontro finalmente sorridente e serena, lo abbracciò a lungo, gli carezzò il viso.

– Bambino mio, lo sciamano è andato via.

– Madre. Come, andato via? Perché?

– Ha visto chiaramente tutta la Verità. Adesso è veramente libero, riesce a far suonare le pietre col respiro della terra.

– Cosa significa, madre, non capisco. È morto?

– Anzi, è più vivo di ieri. È finalmente libero, e anche tu lo sei. Segui il tuo cuore. Ama, e fai quello che desideri, senza nuocere ad altri. È questa la regola.

– Voglio vedere anche io. Quello che hai mostrato al vecchio.

– Va bene, bambino mio – Sorrise – Dammi la mano.

Quando si svegliò dal sogno era ancora buio, ma non avrebbe tardato ad albeggiare. Prima di addormentarsi avevano avuto cura, come sempre, di spianare la sabbia intorno per eliminare le tracce delle danze sacre che avevano fatto. Ma ora poteva vedere numerose impronte, quelle che avrebbero potuto lasciare cinque o sei uomini, almeno. Andavano in direzioni diverse e sembravano perdersi all’infinito. Alcune entravano direttamente in acqua, altre giravano in spirali sempre più larghe. Il vecchio Shao-lah era sparito, e con lui i suoi pochi bagagli.

Non c’era traccia della sacca di pelle di cane, né aveva dimenticato nessuno dei piccoli strumenti sacri. Aveva preso con sé il suo bastone e la sua ascia, e non gli aveva lasciato neanche il guscio della tartaruga. Evidentemente, aveva avuto tutto il tempo di prepararsi per bene. E senza salutare.

Chen-tso si incamminò da solo, per fare ritorno a casa, era sicuro che il giorno del Temerario sarebbe presto arrivato, forse l’indomani stesso, doveva affrettarsi.

Era un po’ di malumore. Quell’antipatico vecchio si era portato via anche il vino di ciliegie.

15.

E così, il giorno era arrivato. Il vento aveva gonfiato il mare. Il mare aveva bagnato il cielo. Il cielo aveva coperto la terra. La terra aveva sospirato e riso, perché presto avrebbe avuto nutrimento. Altre carni, e sangue, e ossa candide spezzate, e midolla gialle e brune, grasse e sapide. E così, era stato in una nuvola, grigia di nebbia e bianca di schiuma, che cento temerari, perché erano incoscienti e pensavano di essere immortali, si misero in acqua a cavalcare le onde. E Chen-tso sentiva addosso gli sguardi di tutti, così come sentiva l’acqua salata e la pioggia e il vento sferzante.

***

Alla fine, il Temerario aveva ammaestrato le onde. Doveva esserci davvero un qualche dio che guardava, perché a un certo punto il mare e il vento, che fino ad un istante prima avevano infuriato, cessarono di colpo.

Chen-tso era il Temerario. Chen-tso, con la sua tavola aveva domato le onde. Chen-tso adesso rideva, nel sole e nella calma irreale di un mare piatto, di un vento leggero, di nuvole bianche e morbide dentro un cielo azzurrissimo. Rideva perché aveva camminato, corso, saltato e volato sul mare in tempesta.

Il Temerario era colui che scioglieva i nodi, e qualunque cosa lo Spirito gli ispirasse nel cuore, di fare e di dire, era e sarebbe sempre stata la cosa giusta. Chi aveva beffato la morte aveva uno sguardo corretto sulle cose della terra, e un piede fermo, e mani forti, e lingua dritta.

Tutti quanti nella spiaggia si inginocchiavano davanti a lui, e baciavano la sabbia dove passava, e si toccavano la fronte mormorando preghiere di ringraziamento. Finalmente potevano parlare, il grande silenzio era finito.

Chen-tso accolse le benedizioni con sorrisi e grida e lacrime. Poi aiutò tutti i compagni che giacevano come morti sulla spiaggia. Ad alcuni svuotò il corpo dall’acqua, salvando molte vite, altri li mise in piedi tirandoli per i capelli lunghi e forti.

Certi altri, morti erano e morti restarono, nonostante tutto.

Alla fine, su quella stessa spiaggia, parlò con il suo popolo, parlò a quella gente, che viveva nella paura e nell’angoscia.

Li ammaestrò, come aveva ammaestrato le onde del mare. Gli diede nuove regole, lievi lievi, e molto sagge, gli diede nuovi capi, liberi da vecchi lacci mendaci.

Poi se ne tornò in acqua con la sua tavola, pregando che si rialzasse il vento. Il vento si rialzò e il Temerario sorrise.

Gli piaceva troppo, non avrebbe voluto smettere mai.

16.

Passarono quindi molte lune, e molti soli.

Chen-tso adesso era maturo, un capo clan, uno dei più anziani. Soltanto gli sciamani vivevano molto più  a lungo e diventavano vecchi, perchè sapevano tutte le cose e percorrevano i sentieri degli spiriti. E non curvavano la schiena sulla terra e non fiaccavano le ginocchia appresso alle prede. Ma lui non era sciamano.

Ma ancora era conosciuto da molti, in molte terre, perchè aveva cavalcato le onde per primo come nessuno mai fino ad allora. Era diventato un dio, era diventato un re, era diventato un Temerario, e aveva avuto il diritto alla prima e all’ultima parola.

Aveva seguito quell’unica regola che la Madre ed il Maestro gli avevano insegnato, prima di lasciarlo andare nel mondo grande e terribile che lo Spirito aveva creato per far diventare migliori gli uomini e le donne.

La vita era come un cerchio in continuo movimento e tutto ritornava alla vita.

Fu così che Chen-tso, l’ultimo giorno della stagione calda, quando già in cielo si addensavano le nubi cariche della stagione delle piogge e nell’aria si sentiva l’odore di terra umida, si ritrovò a camminare nei campi vicini al grande villaggio, in compagnia del suo figlio più piccolo, che ancora gli dava la manina quando camminavano.

Il capo clan, che era stato Temerario un tempo, da molti grandi soli aveva cessato di usare le tavole, perché quel tempo, per il suo corpo, era finito. Non era più in grado.

Per quel motivo non amava più camminare sulle sabbie del mare e quando il vento portava alle sue narici il profumo salmastro delle onde provava un’intima sofferenza e una malinconica nostalgia. Allora dava la mano a uno dei molti bambini della sua discendenza, e insieme andavano a parlare camminando sulla terra nera dei campi.

In quei giorni aveva ripensato più del solito al vecchio Maestro, e ai suoi insegnamenti.

Il piccolo interruppe il flusso dei suoi pensieri con una domanda.

– Padre, dove si va quando si muore? –

– Si ritorna al Grande Spirito, insieme agli antenati –

– Vuoi dire che ci stanno aspettando? –

– Sì, ci stanno aspettando, e anche noi stiamo aspettando –

– E allora cosa facciamo qui, se tutti aspettano le cose? –

Chen-tso avrebbe voluto trovare una risposta adatta per il bambino, ma  era improvvisamente affaticato, si sentiva mancare, voleva sedersi e riposare un poco.

Il Temerario nasce uomo e da uomo muore, ma vive come un dio, per cui il suo ricordo non si estingue.”

Le parole del Maestro echeggiavano nella sua testa che si era fatta leggerissima in un solo momento. Sorrise al figlioletto e lo strinse a sé, poi lo lasciò.

– Te lo dirò domani, figlio mio. Adesso torna a casa, corri, chiama tua madre. Dille di venire qui –

Quello ubbidì e corse felice nel sole, chiamando la madre a voce alta, perché il padre la voleva.

Chen-tso lo guardava correre e si sedette su un grosso masso liscio, lasciandosi scaldare dal sole al tramonto.

Il vento, suo vecchio amico, gli portò alle narici il profumo del mare.

Una fitta gli trafisse il petto e la vita abbandonò in un attimo il suo corpo stanco.

Shao-lah, questo il nome del bambino, aveva chiamato la madre, e adesso precedendola correva indietro al campo, raggiante.

I bambini correvano tutto il giorno, e non si stancavano mai.

Il sole era adesso un basso fuoco accecante all’orizzonte, e le nubi che si ammassavano nel cielo avevano tutti i colori, della vita e della morte.

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“Il Temerario” di Andrea Mesina è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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la Vendetta del pene

Invidia, complesso e vendetta del pene

Quell’idiota patentato era lì davanti a me con quella sua aria spocchiosa e arrogante.

Odioso imbecille.

Mi piace usare insulti da copione, mi fa sentire come il personaggio di un film o di un libro.

Come quando in televisione senti dire “mi rincresce”. Chi lo usa nella realtà? Io ci ho provato qualche volta. Mi hanno guardato male e alla fine ho smesso.

Quel borioso figlio di puttana.

Qualche tempo prima mi ero fatto un’amante, corpo mozzafiato e viso da Beatrice, un angelo biondo, sceso dal cielo per fare impazzire i nuovi poeti metropolitani e gli altri maschi in circolazione.

Un pomeriggio, sarà stata la terza o la quarta volta che ci vedevamo, le avevo detto, citando un comico toscano da quattro soldi:

– Tanto gentile e tanto onesta pare la donna mia quand’ella altrui saluta. E invece l’è una maiala risaputa!

Era scoppiata a ridere e mi aveva slacciato i pantaloni, in cucina, dove stava versando due bicchieri di vino bianco ghiacciato.

Un umorismo frizzante è molto importante per entrare nei letti delle donne sposate. Gli fa provare quel brio intellettuale ed emotivo che la routine matrimoniale inizia a rosicchiare a partire dal giorno della cerimonia. Che dimezza al rientro dal viaggio di nozze e che esaurisce con le faccende domestiche, le bollette da pagare, le rate per le cose, la nascita dei figli.

Io lo so bene perché ho una moglie, ormai ex, rapace come pochi avvoltoi al mondo.

Avrebbe voluto lasciarmi in mutande e poi vedermi morto con i vermi strisciare fuori da tutti gli orifizi, ma me ne sbattevo.

Non me ne curavo affatto, come dicono nei film.

Voleva i soldi? Gliene avrei dato il doppio se fossero bastati a levarmela di torno.

Sì insomma, fuori dai coglioni, come non dicono nei film.

Ma abbiamo ancora un paio di mocciosi in sospeso. Sono simpatici, gli voglio bene, bravi bambini.

Li vedo una o due volte la settimana, facciamo cose divertenti, cose che quando abitavo con loro nemmeno ci sognavamo.

Niente di meglio di una separazione per ridare il giusto peso alle cose importanti.

Scopare, per esempio.

Fare l’amore, come dicono nei film.

La mia amante si chiamava Azzurra, e già il nome era per me un viaggio erotico infinito. Le piaceva fottere e lo faceva come nessun’altra. Le piaceva darsi e farsi e lo faceva con un bisogno e un’urgenza trattenuti a stento, che la rendevano a volte impaziente, a volte sfuggente, a volte violenta.

Mi faceva impazzire.

– Mi fai morire, bambola – le dicevo con la voce di Humprey Bogart, come nei film.

L’avevo conosciuta nell’andito di ingresso del bel palazzo dove abitavamo, io con mia moglie e i bambini, e lei con il suo attempato consorte, da poco trasferiti.

In quei giorni eravamo appena separati e io andavo e venivo come un matto, scale, ascensore, ancora scale. Entravo dal garage, poi dal cortile sul retro, poi dall’ingresso principale. Portavo valigie, riportavo scatole, facevo la spesa, regali ai bambini.

Mi sentivo in colpa? Forse. Ma ero anche talmente contento, su di giri, separato da quella iena.

Tornare al civico 11 di piazza Leonardo Da Vinci, Genova, mi rendeva ogni volta euforico, e quindi lo facevo spesso, mi faceva sentire finalmente libero.

Questa ipercinesi non si esaurì presto. Mi ero preso una mezza sbandata, e continuavo ad andare e venire.

Se penso ad Azzurra mi vengono in mente due immagini, belín.

Per Giove.

Una Venere di Botticelli e un film di Tinto Brass.

Azzurra aveva un marito, come dicevo, più grande di lei di qualche lustro. Diceva che si amavano, che stavano bene insieme, che erano felici.

Ma lui era spesso fuori per lavoro, aveva qualche problema di salute, lavorava tanto anche in casa, due ex mogli e cinque figli che gli toglievano energie e denari, e insomma, i parcheggi sono sempre più cari, non esistono più le mezze stagioni, una rondine non fa primavera e chi rompe paga e i cocci sono i suoi, insomma, come dicevo, questo relitto di uomo non se la fotteva quasi mai.

Pardon, non ci faceva l’amore.

Lei si dispiaceva un sacco, ma non riusciva a fare senza, ed eccomi là.

Non riusciva a stare senza, ma sentite questa.

Uno dei nostri pomeriggi mi fa:

– Mio marito ha un affare enorme, sai?

– Interessante – faccio io cercando di sembrare mezzo indifferente e mezzo divertito. Il mio pene intanto si ritirava, ora leggermente intimidito. E io, come dicevo, non ero né divertito né indifferente.

– Ti faccio vedere una foto – esclama stravagante, come fossi una sua amica, come se mi interessasse vedere un pene che non fosse il mio. Un  pene enorme, per giunta.

Silenzio.

– Ma dov’è? – tutta contenta mentre scorre con le dita appiccicaticce nella gallery del suo device.

Il suo cazzo di fottuto cellulare di merda pieno di foto di cazzi enormi.

Ho iniziato a indispettirmi, e lei continuava a scorrere.

– Aspetta, eccolo…No, uffa – imbronciando leggermente le labbra tumide – Non è lui questo… – morsicandosi il labbro inferiore con gli incisivi superiori perfetti e bianchissimi.

Ero furioso. Volevo soltanto andarmene, ma sarebbe stato infantile, ed io avevo quarantuno anni, anche se me ne sentivo sedici.

– Oh, trovato! – eccitata fa un paio di salti verso di me.

I seni piccoli e sodi tagliavano arroganti l’aria, come le sue chiappe sfacciate e assolute, ancora arrossate.

Comunque mi fa vedere le foto. Azzurra faceva cose molto spinte. Tinto Brass sarebbe stato in difficoltà, credo, solo a pensarle, e il caro vecchio Sandro Botticelli, non so. Era stato un maniaco pervertito sadomasochista e ninfomane?

Ad ogni modo, l’affare del maritino è più che enorme. Walter si chiama. Il marito, non il pene.

È un pilastro. Dritto, grosso, lungo. Con le palle belle in alto, mica da sessantenne. Circonciso pure.

Sarà trenta centimetri, un alberello.

Ho pensato, “e questo ha problemi di salute?”

Belín, che belín!

– Cosa gli dà, da mangiare!? – ho solo detto, facendo il frizzante. Ma stavo morendo.

Lei rideva come una ragazzina, poi si è chinata a darmi un bacio, una leccata da liceale sulle mie labbra, dicendomi – Lo tiene a digiuno. Tu sei meglio – e ha dato due pacche di consolazione al mio cazzetto, che voleva sparire, e ci stava riuscendo.

Quel pomeriggio d’inizio novembre mi rovinò le giornate per un bel pezzo.

Mi era venuto il complesso del pene. Come una malattia.

Non riuscivo nemmeno più a dire “cazzo”!

Accidenti!

senza provare un intimo disagio.

Soffrivo d’invidia del pene. Era un’ossessione, belín, da ridere, se  avesse riguardato qualcun altro. Ero terrorizzato dagli altri maschi. Dai confronti del pene.

Smisi di andare da Azzurra. Non la cercai, né mi feci trovare.

Il mio analista aveva un elegante studio arredato in radica di noce e piume di mogano in un bel palazzo signorile vicino casa, ad Albaro.

Oltre a tirare in ballo mia madre, povera donna, suggerì la presenza di una latente omofilia.

– Del resto – diceva fra il pensieroso e il pedagogico – spesso la mancanza di un padre nell’infanzia e adolescenza conduce a consimili esiti…

Io ascoltavo come se stesse parlando di qualcun altro, gli osservavo le grandi mani, e il naso, che sembrava il becco di un enorme pennuto. E mi chiedevo se avesse il pene più grosso del mio.

Lui continuava imperterrito – Si senta libero di… sperimentare, ecco… sì, provi ad arrivare al cuore del disagio… chiaramente un’esperienza controllata… ambiente protetto. Non sarà difficile, ce n’è più di quanto si creda, ci rifletta… –

Mentre cercavo di indovinare l’entità del suo arnese attraverso la stoffa degli eleganti pantaloni di sartoria pagati anche da me, decisi di darci un taglio. Mi alzai e me ne andai, di corsa.

Tutti quei discorsi. Sul sesso. Mi precipitai da Azzurra, disperato ed infoiato come mai.

Non era in casa.

Mentre scendevo le scale dall’ultimo piano, mi preparavo ad accelerare il passo, come sempre in prossimità delle rampe dell’appartamento di mia moglie, dove abbiamo vissuto per quasi dieci anni, belín.

Perdio.

Mi fermo. Dalla porta di casa esce un uomo, sarà sui sessanta, non capisco subito che succede. Mia moglie si sporge, lo bacia svelta sulle labbra e gli dà una pacca sul sedere, ed una davanti. Non mi vedono perché sto ancora una rampa sopra, impietrito.

Ridono.

– Sali da te adesso? – chiede Giulia con un tono a me sconosciuto.

– Macché, sono a lavoro – e ridono ancora, complici.

Si gira, lo riconosco.

Cazzo! Walter.

Nella mia testa rivedo quel suo pene enorme, che mi ha rovinato le giornate e la nuova libertà. Lo immagino questa volta vicino a Giulia, mia moglie, quella gran puttana.

Una colonna di odio incandescente mi attraversa stomaco cuore e cervello. Lo scroto si ritira, il pene inturgidisce nell’eccitazione della lotta imminente. L’ano si stringe, impenetrabile anche agli spilli.

E così, come dicevo, quell’idiota patentato era lì davanti a me.

Aveva quella sua aria spocchiosa e arrogante, come dicevo. Gli derivava certamente dai suoi giganteschi attributi e magari dalle attenzioni di mia moglie.

La mia ex moglie, in realtà, ma in quel momento era solo semantica.

Odioso imbecille.

– Brutto figlio di…

Non finisco neanche la frase, che gli sono addosso.

Il pianerottolo dell’elegante palazzo di Albaro, Genova, si riempie di urla, di insulti, di cazzotti dati e presi, il testosterone regna sovrano, insieme all’invidia, al complesso e alla vendetta.

La vendetta del pene.

Lo atterro e lo malmeno. Giulia, la mia ex, mi guarda sconvolta.

– Mi rincresce – ringhio ansimante.

Poi me ne vado via

finalmente,

di nuovo maschio.

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“La Vendetta del pene”
di Andrea Mesina è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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Stupido

I miei genitori sono morti l’anno scorso per uno stupido incidente stradale, così io e mio fratello più piccolo siamo andati a vivere con la nonna.

É strano avere i genitori morti, non conosco nessun altro così, in paese. Intendo altri ragazzi come me.
Invece di persone grandi con genitori morti, qui é pieno. Qui muoiono tutti giovani, i vecchi, di cancro soprattutto.
Voglio dire che vecchi vecchi ce n’è pochi qui, in questo stupido posto.
Muoiono presto, non presto come i miei genitori ma comunque non diventano vecchissimi.
Meglio così, i vecchi, quelli malati intendo, sono inutili e stupidi.
Mia nonna non é ancora vecchissima ma é stupida, fa un sacco di discorsi inutili e fa un sacco di cose inutili. Però fa bene da mangiare.
Mia madre invece non sapeva cucinare, o forse non aveva voglia e neanche tempo. Era sempre nervosa, ma soprattutto lavorava tantissimo. Si può dire che io non la conoscevo quasi. Si occupava di me al mattino presto, lamentandosi, e alla sera tardi, in silenzio. Si occupava anche di mio fratello, ma di lui non voglio parlare, é uno stupido moccioso che piange per tutto.
La mamma non so se mi voleva bene bene, come dovrebbe essere, non so se mi spiego. Era quasi sempre nervosa, l’ho già detto, lavorava tanto e aveva sempre da dire. Quello che facevo e che dicevo non andava mai bene.
-Non fare lo stupido – mi diceva, e mi passava lo spazzolino da denti con il dentifricio già messo,
– Devi stare più attento, presente a te stesso – mentre mi controllava sotto il collo e dentro alle orecchie.
Che cavolo vuol dire presente a te stesso? Avevo paura di chiederglielo e allora facevo finta di capire, facevo di sì con la testa, e lei mi sgridava perché mi muovevo mentre si occupava di me.
– Stai fermo non vedi che sto facendo cose? – E mi sfregava i capelli con una salvietta.
Mi sembra di vederla e di sentirla ancora. Quando hanno avuto l’incidente ci sono rimasto male ma adesso certe volte penso che é meglio così. A cosa serve una che non vedi mai e dice sempre che sei uno stupido?
La mamma di Saverio, il mio migliore amico, é sempre a casa. A casa loro intendo. Si chiama Marisa. Lei é sempre lì, fa le cose di casa, cucina bene, fa i complimenti per tutto.
Io a mia madre non la vedevo mai. Al compleanno mi abbracciava per un momento. Mi comprava la torta gelato al bar di sotto e le costruzioni Lego ai Magazzini di piazza Marconi, in città.
Noi viviamo in uno stupido paesino vicino alla città. C’è una scuola, due chiese, un supermercato, una palestra, una biblioteca sempre chiusa e una grande farmacia. La farmacista è la più ricca di tutto il paese, si fa un sacco di soldi.
Comunque il compleanno era sempre uguale. La stessa stupida torta gelato e le stupide costruzioni. Quelle erano diverse ogni anno ma si vedeva che mamma non aveva pensato a fare qualcosa di diverso. Forse credeva che non me ne accorgevo, che ero distratto, assente come lei, o un po’ stupido.
Mio fratellino quando lei lo sgridava, piangeva sempre. Si sforzava di aspettarla sveglio, ma poi si addormentava e di notte non riusciva mai a vederla. Ma tanto non si perdeva chissà che discorsi, di sera stava sempre zitta. Tranne quando litigavano, e allora io mi mettevo il cuscino in faccia e sulle orecchie per non sentire.

Oggi a scuola quella di italiano e storia mi ha messo un’altra nota, ma non me ne importa nulla. Io in classe non faccio niente. Disturbo e basta. Sono stato sospeso il mese scorso, ma poi me l’hanno tolta la sospensione. Che stupidi, non sono neanche capaci di sospendere un ragazzino.
A quella la faccio impazzire, povera cretina. E anche a un paio di compagni miei. Sono degli stupidi secchioni. Sanno sempre tutto, tutte le risposte.
E poi sono ricchi, come la farmacista. Fanno le feste di compleanno, ci danno gli inviti per la festa a casa , con le loro stupide mamme e i papà. Non li chiamano babbi, li chiamano papà, tutti vestiti eleganti. E poi portano i pasticcini a scuola, per i professori, un vomito. Non sono solo stupidi e viziati, sono proprio deficienti, che é peggio. Lo so che é peggio perché il babbo mi chiamava così quando non capivo e lui era molto più severo della mamma.
Una volta, prima dell’incidente ho sentito che litigavano perché la mamma era rimasta incinta. Forse di una sorellina. Comunque é morta anche lei.
Dopo che sono morti la nonna ci ha preso in casa, ma tanto passavamo già un sacco di tempo da quella vecchia stupida.
Un giorno le ho ucciso il gatto. É successo dopo l’incidente.
Non faceva niente di che, stava tutto il giorno a leccarsi in modo schifoso e poi si strisciava ai miei vestiti. Mi dava fastidio.
Lo spostavo, allo stupido gatto, e lui continuava e faceva le fusa. Allora gli ho girato il collo, forte. Non so mi ha preso così, non ho capito niente, mi scocciava continuamente ed ero infuriato. É diventato molle molle, ha sporcato con gli escrementi, poi dopo é diventato duro e freddo ed é successa una cosa. Un sacco di animaletti neri sono usciti dal gatto morto.
Come puntini o palline. Lo abbandonavano. Fuggivano via.
Ho avuto paura, perché non c’era ritorno da una cosa così, lo so bene, ci avevo pensato tanto alla morte e lo sapevo già.
Ma era solo un gatto, ho pulito, poi l’ho messo in una busta e buttato in campagna, abbastanza lontano. Mia nonna non c’era, era agli stupidi colloqui del primo quadrimestre.
E mio fratellino al catechismo, a perdere tempo con i preti.
Ho capito una cosa di Dio. Se esiste o non esiste é la stessa cosa. Se ne frega di tutto, non gli interessa giudicare perché lui ha la coscienza molto molto più sporca del peggior assassino stupratore ladro serial killer politico mafioso comunista nazista prete pedofilo zingaro profugo terrorista.
Io quegli animaletti neri me li sogno quasi tutte le notti. Forse i miei genitori ce li avevano dentro pure loro, forse ce li abbiamo tutti, e non vedono l’ora di uscire.

Quando sono morti, sono venuti quelli del Comune, gli assistenti sociali. Mi hanno detto che mi davano un educatore, per aiutarmi a scuola.
Io l’ho capito che é una scusa, hanno paura che mi butto dal ponte perché sono morti. Qualche volta ci ho pensato, anche quando erano vivi, ma almeno una o due volte ci pensano tutti a una cosa così, i pensieri cattivi sono forti.
L’educatore é uno stupido che viene a casa, mi fa una predica e poi si legge il giornale e parla con mia nonna. Lei gli dà un sacco di roba buona fatta in casa e lui prende tutto, facendo finta che non vuole niente ma poi si prende sempre tutto, quanto é furbo.
Mi accompagna lui dal dottore. Il dottore é quello che mi ha detto di scrivere.
– Scrivi quello che ti viene in mente, senza pensarci troppo, senza filtri…- mi ha detto guardandomi dritto negli occhi.
Mi ha spiegato che lui non può dire a nessuno quello che gli dico io altrimenti se voglio lo posso anche denunciare e mandare in galera.
Parliamo, mi fa piangere ma io continuo ad andarci. Non so perché. Forse é un bravo dottore.
Io ai miei genitori gli volevo bene certe volte, ma non é giusto quello che é successo. Eravamo una famiglia e adesso siamo soli, soli con una stupida vecchia, che fa solo stupidi inutili discorsi.

Mi dispiace per il gatto, spero che Dio mi perdoni.

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“Stupido” di Andrea Mesina è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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Bagno caldo

Marisol desidera un vestito rosso.
Lo desidera con tutta se stessa.Lo desidera come fanno a volte i bambini, con tutte le piccole viscere coinvolte e contratte.
Marisol ha 43 anni e ricorda ancora quando aveva piccole viscere, e certi giorni indossava un grazioso vestitino rosso ciliegia. Era un regalo di sua madre, che l’aveva amata da morire, come fanno certe madri.
Marisol é seduta al tavolo del monolocale di via Quarto, in città. Sta contando gli ultimi soldi che le sono rimasti. Ha un forte esaurimento nervoso. Soffre, da mille anni ormai, di depressione maggiore con episodi ossessivo compulsivi. Marisol si è licenziata da un mese e non sa neanche il perché.
Ha visto settimane fa un vestito rosso in una boutique di viale Italia. Arriva al ginocchio, puro cachemire duvet della Mongolia.
Lo vuole ma non ha il denaro, costa troppo, non se lo può permettere. Lei non si può permettere più niente.
Marisol piange, é sola. Singhiozza sempre più forte, non riesce a fermare la disperazione che la scuote dal profondo del pozzo nero che si sente dentro.
Marisol pensa che ha diritto a un briciolo di felicità, ha diritto a un po’ d’amore, ha diritto ad un’ora di pace. Ha diritto ad avere un vestito rosso che la faccia sentire bella e felice come quando era ancora una bambina.
Marisol ricorda le persone che le hanno voluto bene e quelle che l’hanno amata, ricorda che l’hanno lasciata sola tutti quanti, perché la vita é una sottrazione continua.
Si rende conto che non esiste più nessuno a cui importi qualcosa di lei.

Marisol una volta ha nascosto una lametta molto affilata in fondo a un cassetto. Il pensiero le concede una tregua. Smette di piangere, asciuga le lacrime, riempie la vasca da bagno, toglie le scarpe e le mette ai piedi del letto, una accanto all’altra. Tiene addosso il suo vestito color panna, troppo leggero per un dicembre così freddo.
Marisol ha paura ed entra in acqua. Recide le grandi vene delle braccia e recide l’arteria femorale. Guarda il sangue uscire a fiotti.
Vede il suo vestito diventare rosso, finalmente, e inizia a piangere, pianissimo, come un sussurro o una preghiera.
Vede avvicinarsi una donna, che porta i capelli raccolti sulla nuca e indossa un abito blu con tanti fiorellini bianchi. La donna sorride, il sorriso più bello che lei ricordi.
Anche Marisol sorride, e piange, mentre abbraccia sua madre.
É tutto passato adesso, il dolore, la paura, la malattia.
Vanno via insieme tenendosi per mano, piangendo e ridendo, verso un sole caldo che nessun altro può vedere.

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“Bagno caldo” di Andrea Mesina è distribuito con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

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I primi anni ’80

Quando ero un bambino amavo moltissimo giocare da solo. Mi costruivo un rifugio usando qualche sedia, una scrivania, l’armadio aperto, e il “cesto”, un grande manufatto in vimini pieno zeppo di giocattoli. Era il mio cesto e quel nome, così generico, in casa nostra indicava con precisione proprio quell’oggetto. Come per esempio nella frase: “dev’essere nel cesto” oppure “sistema tutti i giochi dentro il cesto” o ancora, la più temuta di tutte: “quel cesto é tutto rotto, non serve più, bisognerà buttarlo via” o anche “il cesto é pericoloso, con quei vimini spezzati che escono dappertutto ti puoi cavare un occhio, non è la prima volta”. Allo stesso modo, esisteva un altro oggetto che aveva un suo nome, tutto particolare, e alla pari del cesto abitava la mia camera e il mio universo con intima soddisfazione e amore, addirittura. Un appendiabiti a piantana con una grossa testa di roditore in cima e diversi bracci sul fusto. Lo ricordo rivestito di una morbida pelurietta bianca, verde e nera, nelle diverse parti. Si chiamava “il topo”. Come per esempio nella frase: “metti il tuo giubbotto nel topo” oppure “la borsa e il grembiulino sono appesi nel topo” o, la peggiore di tutte: “quel topo é un ricettacolo di germi, lo dobbiamo buttare”.

Non ricordo il quando, ma so che il giorno che il cesto ed il topo hanno preso la via della mondezza, e cioè delle cose immonde, un po’ della magia di bambino é finita con loro, chissà dove

Il ricordo più vecchio che ho di questa mia ultima incarnazione risale a quando avevo tre o quattro anni. Lo so c’è una bella differenza tra tre e quattro. Anyway.

Abitavamo un appartamento in un grande palazzo verde, che é il colore del chakra del cuore. Non so se avesse sette piani, né ricordo a quale piano abitassimo. Ricordo però un piccolo caminetto, un tappeto piuttosto spesso e un piccolissimo televisore bianco con un’antenna circolare in sottile filo metallico. Mio padre non so dove fosse, mia madre guardava qualcosa in bianco e nero. Io e mia sorella, più grande di tre anni, cantavamo e ballavamo nel buio del soggiorno, alla luce azzurrognola di un programma serale della RAI, disturbando non poco la mamma che ci intimava il silenzio, con scarso successo.

Noi continuavamo a ridere, ballare in cerchio e cantare. “Gli india-ani, al centro della te-erra, can-tanoo… con tutta la tribù… Aiabú aiabú…”.

Fino all’ora di andare a dormire, e sognare di volare.

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